caporetto

di FRANCESCO CACCIATORE*

Le ricorrenze storiche sono sempre un’arma a doppio taglio. Da un lato, possono essere occasioni importanti per dare il giusto peso al passato, per interpretarlo in maniera costruttiva ai fini del presente. Dall’altro, si prestano alla strumentalizzazione di una visione parziale della storia, piegata alle esigenze di chi vuole farsi interprete senza averne i meriti, o l’attitudine. Il centenario della battaglia di Caporetto, appena ricorso, è stato una grande occasione mancata.

Il 24 ottobre 1917 ebbe inizio quella che, nell’immaginario collettivo nazionale, è ricordata come la più grande disfatta della nostra storia militare. Personalmente, e considerando le conseguenze della battaglia, ritengo che altri episodi meritino questo epiteto (la battaglia di Beda Fomm, ad esempio, scontro finale della disastrosa campagna italiana in Nord Africa). A Caporetto, le forze italiane subirono l’assalto inaspettato delle forze austro-ungariche e tedesche; un assalto che si trasformerà rapidamente in una ritirata per il Regio Esercito, che lasciò sul campo 30.000 caduti, 250.000 prigionieri e 2.300 cannoni. Le forze italiane si assestarono sul Piave, a 150 chilometri da Caporetto, dove si riorganizzarono e fermarono le forze degli Imperi centrali, e infine le respinsero dopo due eroiche battaglie.

La retorica “ufficiale” di Caporetto, dunque, è facile da intuire: lo spirito nazionale non si arrese davanti alla disfatta, ma seppe risorgere e rivalersi sull’“invasore” (ricordiamo che fu l’Italia ad attaccare l’Austria-Ungheria, dopo aver ricevuto dagli Alleati promesse di acquisizioni territoriali). Questa idea viene confermata in un bando di concorso, indetto recentemente dal Ministero della Difesa e dal MIUR, per studenti delle scuole, intitolato “1919-2017. Caporetto: oltre la sconfitta”. Citando dal bando, “L’analisi storica dovrà costituire lo spunto per una riflessione più generale sulla capacità di imparare a vivere anche una sconfitta come una sfida dinanzi alle difficoltà e un’occasione per reagire positivamente”.

Una retorica che sarebbe il momento di superare. Il senso di Caporetto non è quello di una sconfitta militare – imponente nell’apparenza dei numeri, ma in realtà poco significativa per le sorti del conflitto – trasformata in rivalsa. Il senso è che fra i 30.000 caduti c’erano calabresi, siciliani, lombardi, campani, piemontesi, veneti, insomma, Italiani. Il senso è che in quei terribili anni di guerra, nel silenzio delle trincee rotto solo dal fischio dell’artiglieria, dal sibilo dei proiettili e dai gemiti dei feriti, si costruì per la prima volta qualcosa che ancora oggi resta sfuggevole: un’identità nazionale. La Prima Guerra Mondiale fu la prima vera guerra combattuta dall’Italia, intesa come nazione (con l’eccezione della breve e fallimentare esperienza coloniale del 1895). Fu la tragica sala parto per lo spirito nazionale che fiorì nei decenni seguenti, prima che il nazionalismo venisse irrimediabilmente identificato con il Fascismo.

Oltre al bando indetto dai due Ministeri, tra le (poche) iniziative per il centenario va segnalato il documentario “La strada di Rommel”, scritto da Paolo Rumiz e basato sul diario del comandante tedesco che guidò un reparto di truppe durante la battaglia di Caporetto, qualche decennio prima di diventare noto come “la volpe del deserto”. Rumiz ripercorre quindi la battaglia dal punto di vista del nemico, ma ancora una volta ci troviamo di fronte a una dialettica vincitori-vinti, non troppo distante dagli infiniti processi storici fatti contro il Generale Cadorna, additato da molti come responsabile della disfatta italiana (che fu in realtà frutto di una serie di fattori, dei quali l’inefficienza dell’Alto Comando fu solo uno).

Due giorni prima dell’anniversario della battaglia, il 22 ottobre, si sono svolti i referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto. Nessun commentatore, con l’eccezione di Vittorio Zucconi, ha voluto collegare la ricorrenza e l’evento contemporaneo. Nessuno, davanti all’ennesima prova che l’opportunismo politico è cieco e non ha rispetto né senso della storia, ha voluto ricordare che cento anni fa veneti e lombardi sopportarono l’orrore delle trincee insieme a campani e siciliani, che tutti lottarono e morirono portando sull’uniforme il tricolore. Nessuno ha ricordato che, dopo la rotta di Caporetto, fu proprio il Veneto a trasformarsi di colpo nel nuovo fronte di guerra, e che non furono i veneti a ricacciare il nemico oltre i “sacri confini”, ma gli italiani.

Il Piave continua a mormorare, ma non è rimasto nessuno ad ascoltarlo.

*storico, ricercatore, giornalista e scrittore freelance

“Appuntamento con la Storia”, a cura di Francesco Cacciatore, è una rubrica che porterà alla vostra attenzione le ricorrenze storiche più significative.

 

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