immigrazione ba salerno

di SILVIA RIZZELLO

Si definisce “gradevolmente italianizzato” anche se non si sente «né quell’africano che un tempo partì dal Senegal né l’italiano» ma semplicemente un «misto».

Mohamed Ba, senegalese trapiantato in Italia da sedici anni, è un mediatore culturale, un attore comico e uno scrittore che, nella serata di ieri, ha raccontato la sua testimonianza (è stato vittima di un agguato razzista a Milano nel 2009) alla platea dell’aula magna del Liceo scientifico Francesco Severi lì riunita per l’incontro “Italiani e stranieri, bianchi, neri, gialli, rossi: incontro possibile, necessario, utile anche a Salerno e in Campania” organizzato dalla Fraternità Nazareth e dalla Parrocchia Gesù Redentore. Si è parlato di integrazione e accoglienza ma Ba era lì anche per lanciare la sua “sfida culturale”.

«Sono pochi i migranti che al momento dello sbarco hanno un’idea ben precisa di ciò che “vogliono diventare da grandi”. I più vogliono vivere alla giornata, prendere quello che capita. Ed è qui che subentra la criminalità– ha dichiarato Ba -. Per un migrante che, fondamentalmente ha bisogno di denaro per sopravvivere, è più semplice orientarsi verso la criminalità perché l’illegalità risponde direttamente a quel suo bisogno».

Vi è, quindi, un campanello d’allarme che dovrebbe suonare ogni qual volta un migrante mette piede sul suolo, italiano e non. E questo campanello, secondo Ba, è la cultura.

«Il primo passo di una società inclusiva è quello di educare chi arriva. Si tratta, fondamentalmente, di una corresponsabilità dei cittadini: se ognuno pensasse di rappresentare lo Stato, forse il migrante non vedrebbe in nessuno di noi un esempio sbagliato. Ma non sempre si imbocca la strada del sapere perché è più semplice quella dell’avere.

Lo stesso migrante – ha continuato Ba – non si rende conto che l’essere arrivato nel centro di accoglienza è solo l’inizio del suo viaggio. Il migrante che è accolto nei centri di accoglienza dovrebbe capire che è in casa altrui e che deve imparare innanzitutto la lingua per potersi integrare».

Si presume, quindi, una cooperazione tra chi arriva e chi c’è già; spesso, però, si confonde accoglienza con integrazione.

«Per me l’integrazione non esiste, è un concetto astratto, un’illusione che la società ci sbatte in faccia – ha aggiunto Ba -. Non si dovrebbe parlare di integrazione ma di assimilazione, di interazione. Se noi iniziamo a rispettare le specificità culturali, l’incontro avviene naturalmente. Se, invece, il cammino non è unitario non si riesce a progredire. Non a caso, lo ius soli è naufragato. La politica, temendo di perdere il consenso popolare, ha dimostrato di aver perso la sua onorabilità, di aver fallito. E questo perché non c’è più volontà».

 

 

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