di FRANCESCO CACCIATORE*

La settimana scorsa scrivevo di come Salerno fosse una città in cui l’apparenza conta più della sostanza, dove luci abbaglianti nascondono una realtà ben lontana da quella dipinta dalla retorica del potere. Un’opinione confermata dalla vicenda recentissima della pubblicazione dei dati del Rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno) 2017 sull’economia del Sud Italia, e della conseguente polemica fra opposizione e Palazzo di Città.

Il comune ha contestato, con una nota ufficiale, l’attacco dell’opposizione rappresentata dal capogruppo di Forza Italia Roberto Celano. Nel Rapporto, infatti, non sarebbe presente alcun indicatore specifico relativo a Salerno e alla sua provincia, e la stessa Svimez ha confermato che lo studio non contiene analisi disaggregate riferite alle singole città o alle singole province. Fin qui, nulla da eccepire. È sorprendente, però, che neanche una parola sia stata spesa da Palazzo di Città in merito alla situazione effettiva dell’economia e dell’occupazione nel salernitano. Non c’era bisogno, infatti, di una nuova analisi statistica per sapere che a Salerno il lavoro scarseggia, le attività produttive arrancano, il terziario è in crisi, e tanti salernitani, soprattutto giovani, emigrano altrove in cerca di opportunità. Da tempo sia la stampa che gli enti specializzati ci dipingono un quadro poco lusinghiero che, a quanto pare, il Comune fatica ad accettare.

Al di là delle sterili polemiche del giorno, sarebbe meglio fermarsi a riflettere sulla gravità di una situazione che va oltre i singoli dati statistici. Il problema, a mio parere, è bipartito. Da una parte abbiamo gli effetti di una crisi globale, inasprita dall’inefficacia della politica nazionale, acuitasi in un territorio con problemi endemici come il Mezzogiorno. Dall’altra, abbiamo la dimensione locale, che ci permette un’analisi più immediata ed efficace, ma allo stesso tempo più amara, perché vissuta sulla pelle del nostro territorio. Tanto più amara è questa realtà in quanto si confronta quotidianamente con un diffuso rifiuto a riconoscerla per quello che è.

Per anni, Salerno è stata dipinta, dalla retorica di regime ma anche e soprattutto dai suoi abitanti, come l’isola felice nel “mare di munnezza” della Campania e del Sud tutto. Per anni, si stava bene perché gli altri stavano peggio, perché la nostra città poteva vantare amministrazioni “pulite” e soprattutto fattive, attive in quello che è stato presentato come un processo costante di miglioramento del territorio.

La questione, dunque, è se l’attuale e disastrosa situazione del salernitano possa essere attribuita, almeno in parte, a quelle stesse amministrazioni locali che per decenni hanno accumulato meriti, e consensi. Su questo ho sentito opinioni divergenti. C’è chi ritiene che un sindaco possa fare ben poco su temi come lavoro e occupazione. Io mi permetto di dissentire: lo scopo principale della politica dovrebbe essere quello di migliorare le condizioni di vita nei territori amministrati, e lavoro e occupazione sono elementi fondamentali di questo processo. Considerando che l’amministrazione del capoluogo è stata caratterizzata, per oltre due decenni, da una continuità politica invidiabile, pare ovvio che la scusa, molto diffusa nella politica italiana, del “è sempre colpa degli altri” in questo caso non valga. Discorso simile può essere fatto per la provincia, seppur sotto una bandiera diversa.

Che città è, dunque, Salerno, dal punto di vista economico? Negli anni Settanta, si è provato a creare un polo industriale nel territorio, progetto che ormai può dirsi definitivamente fallito. La vocazione più ovvia è quella turistica: ad oggi, tra le navi da crociera che approdano quotidianamente nel porto nei mesi estivi, e le Luci d’Artista nel periodo invernale, la vocazione sembrerebbe realizzata. Eppure, dati alla mano, il turismo non ha portato benessere, e neppure occupazione, né ha fornito opportunità di lavoro ai giovani salernitani tali da convincerli a non emigrare. In generale, si sente la mancanza di un piano programmatico che dia al territorio un’identità economica ben definita, di una politica moderna e coerente volta a sfruttare il potenziale turistico non per creare consensi elettorali, ma posti di lavoro. Invece, la tassazione a Salerno è tra le più alte d’Italia. Gli investimenti sono stati dedicati a opere pubbliche dal grande impatto mediatico ma dal minimo riscontro economico. Le politiche occupazionali rientrano appieno nel modello Mezzogiorno: massima attenzione al settore pubblico, cooperative e partecipate del Comune che assorbono manodopera dai settori più “vulnerabili”, garantendo così stabilità sociale ma anche creando posti di lavoro con retribuzione minima, pagati dalle imposte dei cittadini, favorendo così la flessione dei consumi e la conseguente crisi del terziario, ovvero proprio quel settore che, in una città a vocazione turistica, dovrebbe fiorire.

Come già detto, esiste una situazione problematica, di crisi economica, nazionale e soprattutto del Mezzogiorno, che di certo non può essere imputata alle amministrazioni salernitane, ma non può nemmeno essere smentita dai comunicati stampa del Comune. Dopo venticinque anni di retorica dell’ “isola felice”, se fossi tra coloro che ci hanno creduto (molti, viste le percentuali bulgare del consenso politico), nel constatare la realtà, dati alla mano, mi sentirei leggermente preso in giro. Soprattutto, mi porrei delle domande, non tanto sul passato e sul presente, ma sul futuro.

*storico, ricercatore, giornalista e scrittore freelance

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