terremoto irpinia

di FILIPPO NOTARI

Sono trascorsi 37 anni. Ma per chi ha vissuto quegli interminabili novanta secondi è come se il tempo non fosse mai passato. Erano le 19,34 di una tranquilla e tiepida domenica di fine novembre quando la terrà cominciò a tremare.

La Salerno sportiva aveva da poco lasciato il “Vestuti” dove aveva assistito al match con la Turris, salvato in extremis da un gol di Zaccaro. Gli appassionati di serie A si erano accomodati in poltrona per seguire il derby d’Italia tra Juventus e Inter. E migliaia di giovani coppie stavano rientrando a casa dopo aver trascorso insieme qualche ora di spensieratezza.

Una quotidianità stravolta in un istante. Tutti avvertirono quel boato che sancì l’inizio di una delle pagine più tragiche della storia del Mezzogiorno. La terrà tremò ininterrottamente per un minuto e mezzo. Un’eternità. I cui effetti si rivelarono devastanti per le province di Avellino, Salerno e una parte del Potentino. Case, scuole, chiese e centinaia di migliaia di edifici si sbriciolarono come castelli di sabbia, lasciando sotto le macerie migliaia di vite umane. Il bilancio di quel terremoto (magnitudo 6.8) fu devastante: 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Una catastrofe che mise in ginocchio una parte del Paese, segnando per l’eternità almeno tre generazioni.

Perché le ferite del sisma del 1980 sono rimaste aperte per decenni sulla pelle delle popolazioni colpite. E in alcuni casi, nonostante sia trascorso molto più d’un quarto di secolo, non si è riusciti ancora a rimarginarle del tutto. Lo straziante dolore per la perdita dei propri cari (nel Salernitano ci furono 536 vittime, di cui 303 solo a Laviano – clicca qui per leggere l’intervista al sindaco -) è stato acuito e mortificato da una ricostruzione che è andata avanti a passo di lumaca, lasciando per decenni famiglie in container che di provvisorio hanno avuto soltanto l’etichetta. Perché a 37 anni da quel tragico 23 novembre 1980 c’è ancora chi vive all’interno degli alloggi post-terremoto, in condizioni precarie, difficili, disumane. Un’ingiustizia impossibile da descrivere a parole. Ma che si può leggere sui volti di chi, ormai da una vita, attende di lasciare quelle mura per provare a mettersi finalmente alle spalle il dramma del terremoto.

Eppure la famosa legge 219 del 1981 prevedeva fondi non soltanto per la ricostruzione ma anche per lo sviluppo. Ma in alcune delle zone colpite dal sisma, quell’importante strumento messo a disposizione dallo Stato per provare a interpretare il desiderio di rinascita delle popolazioni terremotate non è servito per cancellare il dolore della povera gente. Un dolore che, da 37 anni, si acuisce di giorno in giorno. Causando una ferita che nessuno mai potrà più rimarginare.

Notizie Simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *