di FRANCESCO CACCIATORE*

Ieri mi è capitata un’avventura singolare, ma forse la definisco tale solo perché non ho vissuto in Italia per quattro anni e mi sono disabituato a certe dinamiche. Recatomi all’ufficio postale di un paese della provincia di Salerno (di mattina, in quanto l’ufficio è rigorosamente aperto solo mezza giornata, ogni giorno), lo trovo chiuso. Incuriosito, mi domando se non si sia spostato altrove dall’ultima volta (i locali erano, in effetti, piccoli e fatiscenti) e chiedo informazioni al parrucchiere della porta accanto. “Oggi è San Clemente”, mi rispondono. “La festa patronale?” chiedo, ma più che una domanda è l’orrenda consapevolezza che si fa strada in me. Nel 2017, un ufficio pubblico, che già normalmente resta aperto solo mezza giornata, rimane chiuso per la festa patronale. Gli impiegati, pubblici, dipendenti dello Stato, che ricevono regolare stipendio pur effettuando mezza giornata di lavoro (come tanti altri della loro categoria) sono rimasti a casa, negando un servizio pubblico, perché in quel giorno si “festeggia” il patrono di un paesino di 10mila abitanti. Nel frattempo i privati, quali il parrucchiere e gli altri esercizi commerciali, restano aperti, perché se non lavorano, non incassano.

I miei “venticinque lettori” perdoneranno spero lo sfogo, ma l’aneddoto è funzionale in quanto esprime al meglio la dis-funzionalità del sistema italiano. Non è un mistero che gli impiegati pubblici siano la categoria più privilegiata d’Italia, forse la vera “casta”: contratti blindati, quattordicesima, e soprattutto licenziamenti quasi impossibili. Le ragioni sono storiche: uno Stato che garantisce lavoro, si assicura l’ordine sociale. Così si spiega il sogno del “posto fisso”, e anche l’incompetenza o la scarsa voglia di lavorare di tanti impiegati pubblici. Il sistema, però, è giunto ormai al collasso. La pubblica amministrazione è satura, non può più assorbire forza lavoro né fungere da rimedio alla disoccupazione o alla crisi del settore privato: i contratti blindati e le leggi sul lavoro impediscono il ricambio. Ci troviamo dunque di fronte a una pletora di impiegati e amministratori che, per usare un giro di parole, non sono più tanto giovani.

Il problema può sembrare secondario, ma è il vero, grande dramma dell’Italia, la tragedia di cui nessuno parla se non quando fa comodo: questo non è un Paese per giovani. L’ultimo rapporto Migrantes parla chiaro: 50mila giovani fra i 18 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia nel 2016, un aumento del 23% rispetto al 2015. Se si pensa ai tassi di natalità bassissimi, come nel resto d’Europa, la prospettiva diventa ancora più preoccupante.

Preoccupante potrebbe non essere la parola giusta, però. A chi importa dei giovani italiani? Di certo non alla politica. Berlusconi, che di giovane ha soltanto la fidanzata, ha di recente palesato i primi punti del suo programma elettorale: aumento delle pensioni minime, “bonus nonni”, ministero della terza età. Con la spregiudicatezza che lo contraddistingue, il Cavaliere non fa mistero di aver capito da chi è composto l’elettorato italiano. A sinistra, invece, di fronte a un segretario del PD che prova a parlare ai giovani, almeno programmaticamente, si contrappongono le forze del massimalismo tradizionalista, i “fuoriusciti” di MDP che, guarda caso, trovano massimo sostegno proprio nelle fasce d’età più avanzate, nostalgiche di un passato ideologizzato e idealizzato. I “compagni” che accusano Renzi di non essere di sinistra, radunandosi sotto la bandiera D’Alemiana e sotto quella dei sindacati di sinistra.

Non è un caso, infatti, che in una recente intervista televisiva, Susanna Camusso, leader della CIGL, abbia rilanciato la sua proposta delle pensioni minime per i giovani ma, allo stesso tempo, interrogata sui costi della misura, abbia risposto con un secco “Oggi non costa, costa fra 15 anni”. Insomma, una misura per i giovani, da far scontare ai giovani stessi fra qualche anno.

Cara Susanna, cari Silvio, Massimo e tutti gli altri, i giovani non hanno bisogno di pensioni, non vogliamo neanche sentirne parlare. Ciò di cui abbiamo bisogno è un mercato del lavoro aperto, competitivo in maniera sana, dove venga premiato il merito e la qualità, e non difesa la nullafacenza e l’incompetenza. Abbiamo bisogno di scardinare la logica del posto fisso, perché il futuro non può essere costruito sul concetto di privilegio. Abbiamo bisogno di investimenti nel settore privato, perché lo Stato italiano non può prendersi cura di tutti. Soprattutto, con 50mila di noi che lasciano il Paese ogni anno, vogliamo sentir parlare di tutto, tranne che di pensioni.

*storico, ricercatore, giornalista e scrittore freelance

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