di DARIO CIOFFI

Un giorno ci dissero che “faceva male”. Ché cotta a legna era “pericolosa”. E «pazienza», pensammo noi altri, disposti a morire ma non a restar senza. La vita è una soltanto, ripetevamo ad alta voce, e se ci togli la Pizza diventa vuota. Anzi, «vacant’». Sì, ditelo in dialetto. Oggi è lingua che comanda. Perché «l’arte del pizzaiuolo napoletano è Patrimonio Culturale dell’Umanità Unesco», e in questo verdetto che arriva da Jeju, in Corea del Sud, dopo 8 anni di negoziati internazionali, con voto unanime del Comitato di Governo, si riconosce che la creatività alimentare della comunità campana è unica al mondo. E pure, a dirla meno in burocratese, che «ascimm’ pazz’» per qualcosa verso cui vale la pena offrire devozione.

Sua Maestà, la Regina, è il nostro vanto. Quanto gongoliamo, noi dell’Italia di “quaggiù”, quando nel dirci “Benvenuti al Nord” ci offrono una pizza (iniziale minuscola, stavolta) e mentre lo fanno quasi ritrattano: «Sì, qui è buona… Però non è come da voi. Quindi, se magari preferisci la carne…». Nessuna soggezione, amici di “lassù”. Tanto lo sappiamo che nessuno la fa come i “paesani” nostri, è inutile che ce lo diciamo. Sorridiamo, gongoliamo, e ci prendiamo un po’ di soddisfazione tutta campano-meridionalista a rimarcare quest’inedita “Questione Settentrionale” della tavola: «Ok, la provo», e però solo perché alla fine dovremmo dire che «sì, tutto sommato era mangiabile…» con aria da chi non vuol esser scortese. Oppure, con più impietoso cinismo, «no, grazie, la Pizza la mangio solo a casa mia».

A raccontarla tutta, la globalizzazione ha fatto miracoli. E l’emigrazione di più. Oggi a New York o a Londra, a Milano o a Roma, c’è sempre un Ciccio, un Totò, un Tonino o un Gennari’ che la sa fare più o meno come “quaggiù”. E tutti loro sono il nostro orgoglio.

Grazie Unesco. Ottima scelta. Sì, la Pizza è davvero Patrimonio dell’Umanità. Per quant’è buona e per quello che rappresenta. Più o meno come «’o café». Perché sennò, dopo un litigio, come fai a far pace con qualcuno senza che «c’ jamm’ a magna’ ‘na Pizza insieme e chiarimm’»? E poi, al tempo della crisi, in cui nei grandi ristoranti senza il “centone” in tasca non puoi dire manco «buonasera», quant’è bello andare in pizzeria e fare pure lo “sborone” (?): «Stasera pago io». C’è ancora chi per 4 euro ti serve una Margherita che può andare «annanz’ ‘o Re». E mica per caso la chiamano Regina.

Sì, la Pizza è Regina del Popolo, è storia, tradizione, gusto, socialità, mani libere e a volte sporche (quanto li “guardiamo male” quelli che usano la forchetta?), mozzarella che scotta, fumo che sale e olio che scende, pomodoro che macchia ma chissenefrega. È Patrimonio dell’Umanità. E chi ci dice che ne mangiamo troppa, e potrà farci male, ci faccia il piacere! Vada a farsi due passi. Anzi, come diciamo noi, «s’ jess’ a fa ‘na bella Pizza»…

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