COLANTUONO SALERNITANA

di ALESSANDRO MOSCA

Scarpette da calcetto, k-way e pantalone di tuta. Un cappellino per ripararsi dalla pioggia e gli inseparabili occhiali, quelli calamitati che si aprono avanti ma restano “legati” al corpo con stecchette di plastica. Stefano Colantuono è entrato così ieri mattina sul terreno di gioco del Volpe, dando ufficialmente il via alla sua nuova avventura alla Salernitana nel giorno di Santa Lucia.

Pochi fronzoli, ancor meno formalità. È un uomo di campo: e si vede. Dopo un colloquio negli spogliatoi di via Allende, ha radunato la squadra sulla linea laterale, dal lato opposto alle tribunette. Un altro breve summit, probabilmente per spiegare qualche esercizio, e poi via di corsa sotto l’acquazzone che si è abbattuto su Salerno.

Se il debutto bagnato sarà anche fortunato, lo potrà dire soltanto il tempo. Intanto Colantuono pensa a lavorare. Ha seguito i movimenti dei suoi uomini passo passo, dividendo la squadra in vari gruppetti e buttando l’occhio un po’ ovunque. «Bravo, bravo», il motivetto d’accompagnamento alla fase di riscaldamento ascoltato prima da lontano e poi da vicino alla zona riservata alla stampa, dove si è avvicinato soltanto dopo un “richiamo” per qualche ripresa a favore di telecamere.

La concentrazione per quanto stava accadendo in campo l’ha distratto da ogni cosa. La stessa che ha mostrato un paio d’ore dopo, nel ventre dell’Arechi, nel corso della presentazione ufficiale. Tuta sociale aperta, un altro paio d’occhiali (questa volta di stile moderno). Il vestito buono delle grandi occasioni è rimasto nell’armadio, al Volpe lo aspettavano di nuovo per la seconda seduta d’allenamento giornaliera.

Ha cercato sempre di centrare il succo del discorso, senza divagare troppo su alcuni argomenti. «Sono uno schietto, le cose se le pensa le dice», ha ripetuto in qualche occasione nel corso della mezz’ora in cui ha sintetizzato i primi pensieri da tecnico granata, svelando già qualche idea di cosa potrà diventare questa squadra.

Ha utilizzato il movimento delle mani per accompagnare le sue parole, senza essere gesticolare in maniera vistosa o invadente. Si è “scaldato”, facendo trasparire qualche emozione in più, soltanto quando gli ricordano del paragone con Mazzone: «Carlo è un maestro, per me è un onore essere accostato a lui», la risposta che gli ha gonfiato il petto. Orgoglio che è emerso, di nuovo, nel breve passaggio sulla piazza: «Qui c’ho giocato tante volte, so cosa significa scendere in campo con quella curva».

Poi è sfilato via, salutando tutti di corsa, per iniziare a plasmare seriamente alla Salernitana che dovrà essere figlia della sua storia e della sua esperienza. «Alleno da 19 anni, e per fortuna non sono mai rimasto fermo». Abbastanza per sapere dove si trova, quanto si gioca e come poter inseguire quel che non dice  ma che tutti gli chiedono…

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