di DARIO CIOFFI

«’O Struscio, ’o Struscio». Vietato saltarlo. Da queste parti è una tradizione che sfiora la “sacralità”. Un giorno di qualche anno fa, senza prenderla troppo sul serio, chi scrive si divertì a raccontarla, nelle sue immutabili caratteristiche, una “vigilia” (di Natale o Capodanno) a Salerno. L’articolo serviva per una di quelle che in gergo giornalistico si chiamano “pagine fredde”, che si mettono nel “congelatore” dell’archivio e si tirano fuori al momento della necessità. Quella lì andava usata per il 23 dicembre, giorno in cui dalle redazioni si fa a gara a chi scappa prima, lasciando il classico «se non ci vediamo buon Natale» al grafico e al collega “poverocristo” – una sola parola come un hashtag – che devono aspettare l’immancabile partita di basket piazzata alle otto e mezza della sera, consumando il tasto F5 per aggiornare il live sperando che al suono dell’ultima sirena una delle due vinca, ché nella pallacanestro il punto a testa non esiste e se finisce pari si va all’overtime. Agonia interminabile, mentre a casa degli amici le “persone normali” già litigano decidendo se iniziare «col solito giro di “Morto”» oppure sparare pesante con il “Mercante in Fiera”.

L’autocitazione, è vero, oltre a esser esercizio assai sterile fa pure andare fuori tema: dunque, quel “pezzo” sullo Struscioclicca qui per (ri)leggerlo – doveva essere e fu un riempitivo su carta stampata, però poi sul web diventò “virale” (esagerato, quelle son le foto di Belen), o comunque, piacque abbastanza. Descriveva il rito delle vigilie, le recite improvvisate e però pure la spontanea allegria che in quei giorni si respira in una città che ritrova i suoi “figli fuori-sede” e che s’abbraccia sorridendo in un tempo in cui per molti non c’è granché da ridere.

Equilibrio e onestà intellettuale impongono di raccontarla tutta, e cioè d’ammettere che la discussione apertasi in questi giorni al Comune di Salerno (clicca qui per leggere il servizio) sul «rischio eccessi» nelle giornate del 24 e 31 dicembre non è campata in aria né strumentale, perché d’esagerazioni se ne vedono tante. Magari il noto e distinto professionista in versione evergreen che balla sul tavolino succhiando da una cannuccia quel che resta d’un cubetto di ghiaccio squagliato può suscitare sana goliardia (sciogliersi ogni tanto “fa salute”), mentre ragazzini minorenni accasciati a terra ubriachi come se non vi fosse un domani preoccupano un po’ di più. Insomma, sbaglia chi pensa che sia un dibattuto sul nulla, però al tempo stesso attenzione a non dar l’idea sommaria d’un festival dell’illegalità da reprimere ciecamente con il pugno di ferro.

Ché qui si rischia l’altro eccesso, in una città che per fortuna ha conosciuto il boom turistico sotto le Luci d’Artista ma che in pochi anni ha visto spegnersi (i più apocalittici usano impietosamente il verbo “morire”) la Movida giovanile nel suo centro. Un’involuzione evidente, tema forse troppo poco considerato se non dai gestori di locali verso i quali, soprattutto a proposito dello Struscio, sarebbero ingenerose generalizzazioni e colpi sparati nel mucchio, perché tra loro in tanti rispettano le regole e pure le coscienze (ce ne sono, fidatevi, e a Salerno non nel “mondo fantastico” ideale, di persone dicono «no, per te basta così» a ragazzini che banconote alla mano chiedono altro alcol destinato a esser vomitato al prossimo sorso).

Insomma, più che un gioco d’equilibrismo è un esercizio d’equilibrio che passa, prima di tutto, dalla civiltà dei cittadini, di noi tutti, chiamati a non pensare che nelle vigilie strade e piazze diventino “zone franche”, dove stappi una bottiglia e la lasci in terra o dove esplodono petardi tra la gente accompagnati da risate idiote se per fortuna nessuno si fa male, tanto per citare due esempi assai comuni.

Sulla musica, poi, che pare vero oggetto del contendere nelle Commissioni consiliari, servirebbe ancor più buon senso. Il «rave party» in città non piace a nessuno, ma “sfrattare” un dj che per cinque-sei ore suona dischi all’esterno d’un locale, in una giornata di festa, che senso avrebbe? In fondo, «batti in aria le mani e poi lasciare andar» non ha mai fatto male a nessuno, e poi sicuri che i turisti s’arrabbierebbero a sentir anche loro che «se fai come Simone non puoi certo sbagliar?».

Un’onesta via di mezzo accontenterebbe tutti. E sarebbe il solito – magari un po’ più sobrio – Struscio, con l’amico che non vedevi dall’anno prima che t’abbraccia forte e lo sconosciuto che ti ha appena omaggiato d’un “like” su Facebook, per il selfie scattato al bar accanto, che t’incrocia ma gira la faccia dall’altro lato. La vigilia dei baci e delle promesse, sempre le stesse, spesso non mantenute, e però da tutelare. Sì, in un tempo in cui va così di moda, ci vorrebbe un “Comitato a tutela della Struscio”. Quello che piace, e che non è un «rave» né muto.

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