Salerno Luci d'Artista

di FRANCESCO CACCIATORE

Un recentissimo articolo dell’amico e (mi permetto di dire) collega Dario Cioffi (clicca qui per leggerlo) ha sottolineato, con la sagacia che gli è solita, l’attualità di un “problema” salernitano che potremmo definire stagionale: quello del cosiddetto “struscio” nelle due vigilie festive, il 24 e il 31 dicembre, e di quale tipo di divertimento sia considerato accettabile, tollerabile e, soprattutto, utile alla comunità cittadina. Le considerazioni dell’articolo mi trovano in gran parte d’accordo. Credo però che Dario sia stato troppo “corretto” nell’affrontare un tema che, a mio parere, fa parte di un dibattito complesso e anche necessario. Da mero scribacchino per diletto quale sono, dunque, mi assumo l’onere di esprimermi senza peli sulla lingua, e senza timore di arruffare le penne a qualcuno.

Parto da una considerazione immediata: Salerno è una città per vecchi e famiglie, per 364 giorni l’anno. La “movida”, e uso questo termine alla larga, per intendere tutte le attività e strutture ricreative serali rivolte a un pubblico under 40, non si è “spenta”, come dice Dario, ma è morta. È stata uccisa dalle scelte consapevoli di un’amministrazione che, dopo averla usata per riqualificare alcune zone cittadine, ha preferito fare gli interessi della parte più consistente dell’elettorato (ovvero quelli che a votare ci vanno davvero), che non gradisce dover insonorizzare le finestre delle proprie costose (per via della posizione “riqualificata”) abitazioni. Una scelta politica di opportunità, assolutamente non discutibile sul piano pragmatico. Il problema è che a Salerno, in questo come in tanti altri casi, il passo dalla regolamentazione all’eccesso è breve. Non bastava, infatti, controllare le emissioni acustiche, pattugliare le strade e multare i locali responsabili di infrangere la legge. C’era bisogno di un’ordinanza draconiana che disponesse il divieto assoluto di fare o riprodurre musica dopo la mezzanotte. Sono passati anni, e ormai è difficile ricordare come fosse prima, o accorgersi di quale differenza faccia l’assenza della musica; per chi è abituato a viaggiare, o a spostarsi fuori dal limes salernitano, però, quella differenza è palese e disturbante.

Dunque, il divertimento giovanile non è il punto forte della città, tranne che in due giorni l’anno. Nella vigilia di Natale e di Capodanno sembra quasi che tutto ciò che è stato tenuto soppresso per il resto dell’anno venga fuori, esploda con la forza di tensioni mai sopite. A un osservatore esterno, potrebbe sembrare un eccesso. In effetti, vedere quello che normalmente è un anonimo caffè all’angolo di strada mettere fuori due altoparlanti e una postazione da dee-jay può sembrare estraniante. Cominciare a consumare alcolici dall’ora di pranzo, per finire la sera, può sembrare un rituale più adatto a un paese caraibico – o alla Spagna. Tutto ciò però non ha nulla a che vedere con quanto paventato dal consigliere comunale Corrado Naddeo, che da due anni ormai invoca visioni apocalittiche di “rave party all’aperto”, “città letteralmente stravolta”, “grave rischio per l’incolumità pubblica” causato da “masse di persone che, non di rado, indulgono alla assunzione di alcol sulle note assordanti di musica ipnotica e martellante”. Soprattutto, Naddeo dimostra scarsa lucidità quando afferma che le attività diverse da quelle di food and beverage sono danneggiate da questi baccanali, “in quanto i loro potenziali clienti sono letteralmente inibiti a effettuare con serenità gli acquisti mentre passeggiano lungo i percorsi di Luci d’Artista”.

Caro consigliere, la invito a farsi un giro in strada in quei giorni. Prima di tutto, le aree interessata da questa “movida straordinaria” sono poche e ben localizzate, lungi da interferire con la normale fruizione dei mirabolanti percorsi di Luci. Secondo, sono due giornate di grande fermento commerciale, specialmente il 24, quando tanti, me compreso, si affrettano a comprare gli ultimi regali o a fare acquisti poco lucidi, favoriti certamente dall’assunzione di alcol. Terzo, se lei parlasse con qualsiasi commerciante salernitano, sono certo che la lamentela principale non sarebbero i fantomatici rave delle vigilie, ma l’assenza di parcheggi, che inibisce gli acquisti per tutto l’anno, non solo per due giorni. Infine, non ricordo di aver mai assistito a scene di degrado tali da mettere a rischio l’incolumità pubblica. Avendo vissuto per alcuni anni a Londra, a pochi passi da una strada meta della night life, per me questi concetti hanno tutto un altro significato: tornando a casa la sera, bisognava letteralmente scavalcare i corpi di persone (spesso ragazze) svenute sul marciapiede per il troppo alcol, per non parlare della polizia onnipresente e dei costanti controlli e arresti. E parliamo di un qualunque fine settimana, in una strada trafficata, in orari nei quali noi italiani a stento ci siamo messi a tavola per la cena. Mi pare ben diverso da qualche centinaio di persone che bevono uno spritz sul Corso.

È chiaro che il problema del divertimento per giovani a Salerno non si esaurisce in un dibattito così semplicistico. La colpa dell’amministrazione cittadina non è soltanto di aver bandito la musica dopo la mezzanotte; il problema dei parcheggi sopra menzionato ha danneggiato molto anche la vita notturna, così come la scarsa valorizzazione di aree alternative al “solito” centro storico. Non è solo colpa degli amministratori, però. È anche vero che, da parte di gestori di locali ed organizzatori vari, c’è molto poco spirito d’iniziativa o voglia di fare proposte diverse dal solito. I vari tentativi di organizzare la categoria in un’associazione che si facesse promotrice di eventi e anche garante di qualità sono sempre naufragati, complici le rivalità, le manie di protagonismo, e anche una mentalità provinciale che porta a gestire il business in maniera approssimativa e improvvisata.

Chiaramente, queste sono generalizzazioni. Non tutti i clienti gradiscono i dee-jay set e non tutti i gestori sono dilettanti allo sbaraglio. Resta però il fatto che Salerno è una città che offre sempre meno ai suoi giovani, a cominciare dal lavoro per finire al divertimento. Eppure, come per tante altre cose, di cui ho già parlato in passato (clicca qui per leggere), anche questa è un’occasione mancata. Trent’anni fa, si decise di dislocare l’università cittadina a quasi 15 km di distanza dal centro urbano, nel comune di Fisciano. Fu una scelta politica, fatta per accontentare Ciriaco De Mita e la sua potente fazione, che aveva (e ha ancora) la sua base di potere nella provincia di Avellino: Fisciano fu dunque un compromesso geografico. Il risultato è stato che Salerno non si è mai trasformata in una città universitaria, perdendo quindi il grandissimo potenziale, sociale, culturale, economico, che città dalle dimensioni e aspirazioni simili, quali Siena e Pisa, hanno invece saputo sfruttare. Ancora oggi, gli studenti fuori sede preferiscono risiedere nel campus, o nei paesi limitrofi, anziché a Salerno, visti anche i pessimi collegamenti con i mezzi pubblici fra il capoluogo e l’università che, almeno sulla carta, porta il suo nome.

Dunque, cosa resta ai giovani salernitani che, per coraggio, fortuna o pigrizia, decidono di restare a vivere in una città che li ignora, preferendo occuparsi di famiglie e anziani? Forse le uniche occasioni in cui sentiamo che la città “ci appartiene” sono proprio le due vigilie, che diventano così quasi due giorni carnascialeschi, nei quali la normalità si rovescia, tutti si sentono più giovani, o meglio tutti indossano delle maschere. La realtà diventa così, brevemente, uno specchio su ciò che sarebbe potuto essere. Probabilmente sto esagerando. Si tratta solo di due giorni di festa: proprio per questo, però, lasciateceli godere in pace.

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