Qual è il senso vero del Natale? Abbiamo chiesto di spiegarcelo a Gigi Casciello, già Direttore – tra gli altri – dei quotidiani campani “Cronache del Mezzogiorno”, “il Roma” e “il Salernitano”. La sua penna “macchia d’inkiostro” il nostro Natale, fatto di Verità e Speranza.

di GIGI CASCIELLO

Non siamo nati per essere buoni. Non ne siamo capaci, in fondo non ne intuiamo la necessità, se non in un appagamento sentimentale. E allora cos’è questo dire di “sentirsi più buoni“, di dover essere più “buoni” a Natale? Cos’è se non un assecondare l’effimero invito di un pensiero unico che poi ci porta a uno stordirci in un divertirci, in un dimenticare?

E chi può dire in sincerità, facendo un altro sforzo che in fondo nemmeno ci è proprio, che non sia così?

Eppure in cuor nostro, anche in quelli che la vita ha reso più duri perché i giorni in cui viviamo non risparmiano nulla e le amarezze possono piegare chiunque, c’è un’attesa, uno scarto tra il cinismo spontaneo, persino umano direi, ed un desiderio di felicità, di senso a ciò che si fa, a ciò che rincorriamo. E questa si chiama speranza. Ma cos’è che la rende diversa dall’illusione, dall’affidarsi alla concretezza di un Fatto, di un evento, piuttosto che all’inganno di una magia? La rende diversa un gesto semplice, alzare lo sguardo e riconoscere che il se stesso non basta, che l’acrimonia, il sospetto, quel pur naturale non fidarsi dell’altro, ci lasciano un’amarezza ed un giorno o l’altro ci porterà con le spalle al muro e le domande ultime piene di una paura alla quale non si sfugge.

E sono questi giorni, il miracolo di questa notte che si ripete, la tenerezza di un bimbo che nasce con un progetto di donarsi per la salvezza di ciascuno, che possono aiutarci, che devono indurci al pensiero che senza il riconoscere quella tenerezza anche lo scambiarsi un augurio diventa un rito che non lascia nulla.

Basta poco, iniziare con l’aggrapparsi alla semplicità che ci è rimasta, quella dei pastori che piegati dalla fatica, accorsero per vedere se fosse vero quanto era stato annunciato, se davvero c’era stato un evento che avrebbe potuto cambiare la vita. Lo fecero senza porsi domande: diedero credito ad un annuncio e andarono.

Il Natale è questo: riconoscere l’evento. È persino facile lasciare che accada a ciascuno di noi perché ce la facciamo da soli a capire quanto sia diverso e persino meno faticoso camminare per andare dove si è compiuta una promessa piuttosto che rincorrere un sogno che poi svanisce.

Lo so, ormai tutto concorre perché accada il contrario. Persino in una parte della Chiesa l’annuncio della salvezza è stato sostituito dalla predicazione sociale, come se il cuore del Natale fosse in un gesto di bontà, piuttosto che riconoscere il Cristo come unica possibilità per dare un senso anche all’essere buoni. Già, perché mai come oggi l’importante è essere “politicamente corretti”, dove l’accoglienza è stata confusa e sostituita con l’adeguarsi rinunciando a ciò che siamo. Come spiegare altrimenti la scelta di non “fare il presepe” per rispettare la sensibilità di chi non crede. Come se in il Natale, il Cristo che si fa uomo, valesse solo per “chi ci crede”. Dimenticando che la prima carità e la Verità di un Fatto che non è un rito ma ciò che ha cambiato il destino di tutti e ciascuno.

Ed il mio augurio è che così come siamo, con tutti i nostri limiti, ci facciamo “fare” dalla Grazia. È un augurio che faccio a me anche oggi, anche quest’anno: sempre più distratto ma aggrappato alla certezza del Cristo, del Dio che si fa uomo, del Cristo che nasce, vive, soffre, muore e risorge. Ed è l’augurio che facciamo a tutti. Perché oggi tutto inizia. Ed è possibile per ciascuno. Buon Natale.

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