La squalifica con condizionale alla curva dell’Atalanta per cori razzisti verso il calciatore del Napoli Kalidou Koulibaly ha scatenato la pronta reazione della torcida bergamasca. In una nota diffusa nella giornata di ieri, la Curva Nord Pisani ha preso una netta posizione sulla vicenda, dichiarandosi estranea agli episodi di razzismo verificatisi domenica pomeriggio a Bergamo. Le polemiche sui presunti <<buh>> rivolti al difensore senegalese del Napoli, hanno riproposto il problema del razzismo negli stadi italiani. Un fenomeno che da diversi anni si prova a stigmatizzare ma che saltuariamente torna alla ribalta, non trovando però tutti d’accordo. Nel mondo del calcio, ed in particolar modo in quello del tifo, ci sono rivalità storiche e tipologie di sfottò che da sempre contraddistinguono alcune partite. Ed è proprio su questo punto che la tifoseria della Dea ha voluto focalizzare l’attenzione, cercando di rimarcare la differenza tra campanilismo e razzismo.

L’ipocrisia che negli ultimi anni accompagna il mondo del calcio sta toccando livelli davvero imbarazzanti. Definire la tifoseria atalantina razzista è offensivo verso le migliaia di tifosi, ultras e simpatizzanti che mai negli anni hanno dimostrato discriminazione verso il colore della pelle“, si legge nel comunicato diffuso ieri dagli ultras atalantini. Concetti che la Curva Nord ha voluto fermamente precisare, rispedendo al mittente le accuse piovute sulla tifoseria nerazzurra nelle ultime ore. Nella nota degli ultras, infatti, sono state anche citate alcune iniziative a scopo benefico di cui la Curva Nord si è resa promotrice (dalla raccolta fondi per sostenere un centro riabilitativo per bambini in Ruanda, a quella per le famiglie delle vittime dello tsunami nel sud-est asiatico), quasi a voler rimarcare l’assoluta estraneità della piazza lombarda al razzismo. I supporters della Dea hanno voluto spiegare a coloro i quali avevano fatto in fretta ad indignarsi, che fischiare un calciatore avversario non significa essere razzisti. Chè il mancato apprezzamento per un giocatore che indossa un’altra maglia, a maggior ragione se storicamente “rivale”, non ha alcun legame con il colore della pelle. Si tratta semplicemente di calcio e per chi lo vive sui gradoni, in fondo, va bene così.

Va ricordato, infatti, che proprio i rivali partenopei del gruppo ultras Fedayn E.a.m., stanchi per l’ipocrisia che ruotava attorno al mondo delle curve, qualche anno fa decisero di “provocare” il giudice sportivo Gianpaolo Tosel, esponendo in curva B lo striscione “Napoli colera”, seguito poi da un altro drappo con su scritto “e ora chiudeteci la curva”. Nell’occasione, i tifosi azzurri intonarono anche dei cori offensivi che storicamente, e ripetutamente, venivano rivolti loro in molti stadi d’Italia. Un auto-insulto goliardico che spiazzò tutti ma che allo stesso lasciò intendere che negli stadi ci si diverte anche così e non c’è bisogno d’alzare inutili polveroni, prendendosi sempre troppo sul serio.
Pensieri e idee ribadite anche dagli ultras bergamaschi, che hanno concluso il proprio comunicato affermando di non accettare l’etichetta di razzisti ma allo stesso tempo “di rivendicare di poter vivere le nostre rivalità, calcistiche e di campanile, con fantasia e libertà. Senza ipocrisia!“.

Notizie Simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *