Il calcio italiano piange Azeglio Vicini. E gli dà l’addio consapevole che per tutti è stato e resterà per sempre «il ct delle “Notti magiche” d’Italia ’90». È morto a Brescia, avrebbe compiuto 85 anni il 20 marzo.

Era nato a San Vittore di Cesena nel 1933, ma da oltre 50 anni viveva in Lombardia. Nella tomba porta con sé il grande rammarico umano e sportivo di quel Mondiale giocato in casa e perso in semifinale con l’Argentina ai rigori, al San Paolo di Napoli, per poi chiudere con la “consolazione” d’una medaglia di bronzo.

Vicini, dopo aver giocato con Sampdoria, Vicenza e Brescia ha iniziato la sua carriera d’allenatore nella sua “città adottiva” prima di entrare nei ranghi della Figc prima come tecnico dell’Under 23 e poi, soprattutto, come allenatore dell’Under 21 guidata per oltre 10 anni. Diventò il trainer della Nazionale maggiore nel 1986, prendendo il posto di Enzo Bearzot: agli Europei del 1988 la sua squadra viene eliminata in semifinale dall’Unione Sovietica. Semifinale che sarà maledetta anche nei Mondiali di casa. «Avremmo meritato di vincerlo, siamo stati sfortunati. Noi non perdemmo mai sul campo, sei vittorie e un pari, e arrivammo terzi, l’Argentina fu sconfitta due volte e andò in finale con la vincitrice Germania. Però in quelle notti conquistammo gli italiani, il loro affetto fu travolgente. Infatti quell’Italia-Argentina resta una delle partite più viste in tv di tutti i tempi», ricordò Vicini in una delle sue ultime interviste.

E’ stato un’icona dell’Italia del calcio e Fabrizio Bocca, in uno splendido ricordo pubblicato stamani sull’edizione online di Repubblica, cita un aneddoto che lega per sempre il compianto commissario tecnico azzurro a Salerno, al vecchio stadio Donato Vestuti e ai salernitani.

«Gran terra di allenatori e soprattutto ct la Romagna: Edmondo Fabbri, Azeglio Vicini, Arrigo Sacchi. Azeglio Vicini la Romagna la portava ovunque con la sua simpatia, la sua umanità, la battuta pronta, la voglia di scherzare e sdrammatizzare il calcio – scrive Bocca –. “Oè, ma facciamoglieli vedere no, questi azzurri a questi giovanotti che sono venuti a salutarci a migliaia!” E così a Salerno, al vecchio Stadio Vestuti, ordinò che i vari Zenga, Vialli, Mancini, Giannini, Baggio – la sua nazionale – si infangassero tutti corricchiando in allenamento lungo quella fascia di campo ricoperta di pozzanghere. Perché tutti potessero vedere e quasi toccare, i loro beniamini. Sia pure irriconoscibili e infangati dalla testa ai piedi. Gli azzurri. “Visto? Gli azzurri sono sempre al servizio della gente!”».

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