di DARIO CIOFFI

“Una vita donata per lo sport e per i suoi ragazzi”. Quante volte l’avete sentita? E però stavolta, questa frase un po’ “consumata” per l’uso e abuso che se ne fa, non è la solita metafora. È l’esatta fotografia d’una realtà tremenda, tragica e al tempo stesso dolcissima. Nessuno di noi conosceva Aaron Feis, ma la sua foto da omone “di campo”, con il berrettino in testa e il pancione in bella vista, e quel suo primo piano che mostra la testa calva e la barbetta rossiccia su un volto con gli occhi buoni, stanno commuovendo il mondo.

Il motivo? Aaron è morto da eroe, gettatosi sui suoi allievi per fargli scudo con il proprio corpo mentre un folle ex studente di 19 anni, fucile alla mano, seminava panico e sangue nella scuola di Parkland, in Florida, dove si sono contate 19 vittime (e altri 15 feriti). Feis era il coach della squadra di football della Marjory Stoneman Douglas High School, e il suo sacrificio, rivelato dal Washington Post che dà degno risalto al tweet di dolore del team dell’istituto, diventa storia che strazia l’anima e però al tempo stesso la “riempie”, la rinfranca, mischiando l’umanissima emozione allo sconcerto per la strage senza senso raccontata dalle cronache degli Stati Uniti in questi giorni.

Aaron Feis, per coprire i suoi atleti, s’era beccato più d’un proiettile. È stato trasportato in ospedale ancora vivo, perché un gigante come lui non s’abbatte facilmente. I medici hanno provato a salvarlo sottoponendolo a un intervento d’urgenza. Nulla da fare. Non ce l’ha fatta. La sua vita per lo sport e per i suoi ragazzi l’ha donata davvero. E ora, idealmente, è il coach di tutti noi. Che peccato non averlo conosciuto…

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