di DARIO CIOFFI

«Merda! Merda! Merda!». Chissà se si dice ancora… Si gridava così, qualche secolo fa, nel retroscena d’ogni teatro del mondo. Mica per volgarità. Era un auspicio. Perché allo spettacolo s’andava in carrozza. E se ce n’era tanta, di «merda», vuol dire che lì fuori c’erano parecchi cavalli. E ancor più pubblico.

A raccontarla tutta, alle giornaliste salernitane che ieri hanno messo in scena «Ventisei – Come in mare così in terra», l’opera teatrale dedicata alle migranti arrivate senza vita lo scorso novembre al Porto di Salerno, nello sbarco più triste (leggi il ricordo), non serviva neppure l’antica formula magica del “dietro le quinte”. Avevano fatto sold out già molti giorni prima, così che quella sala del Teatro Augusteo, che a vederla vuota pareva un po’ troppo grande per chi di mestiere fa altro («e mo’, come la riempiamo?»), s’è riscoperta persino piccola per contenere la voglia di esserci di così tanta gente.

Magia dell’impegno civile. Un “miracolo” tutto nel segno della donna, in un 8 marzo da consegnare alla memoria come una meravigliosa pagina d’aggregazione, condivisione, passione che si fa espressione d’una serata che ha riempito il cuore, restituendo a chi c’era il significato più autentico del ricordo. Un valore astratto, di solito, che mai come stavolta è diventato concretezza.

Ha avuto la voce, che non tremava anche se le gambe forse sì, di 26 giornaliste e la penna d’altrettanti colleghi. La narrazione d’una madre, magistralmente interpretata da Cinzia Ugatti e con i testi di Concita De Luca, la promotrice di quest’iniziativa sposata dall’Odg della Campania presieduto da Ottavio Lucarelli, ha aperto, e intervallato e chiuso la serie dei monologhi della speranza, in cui dominavano i temi del mare, del riscatto, dei sogni, della paura, della famiglia, della sofferenza e del coraggio.

Ne hanno avute tanto, di coraggio, anche Barbara Albero, Alessia Bielli, Simona Cataldo, Rosa Coppola, Federica D’Ambro, Silvia De Cesare, Francesca De Simone, Alessandra De Vita, Giovanna Di Giorgio, Pina Ferro, Rossella Fusco, Lucia Gallotta, Rosanna Gentile, Ersilia Gillio, Carmen Incisivo, Barbara Landi, Alessandra Lombardi, Matilde Pisaturo, Carla Polverino, Romina Rosolia, Giorgia Sabatini, Francesca Salemme, Carolina Sorrentino, Rosita Sosto Archimio, Eleonora Tedesco e Lucia Trotta (fondamentali nel team pure Gilda Camaggio e Caterina La Bella), nel salire su quel palco per “restituire” la vita alle 26 ragazzine morte nel mistero, nel silenzio assordante che rende muti gli strepiti di dolore di chi cerca aiuto in mezzo al mare, mentre s’accorge che quella rotta dei desideri sta diventando prematura tomba d’un’esistenza di cui nessuno ricostruirà sino in fondo la storia.

Hanno provato a farlo, con l’inchiostro del cuore, Massimiliano Amato, Francesca Blasi, Gabriele Bojano, Claudia Bonasi, Barbara Cangiano, Petronilla Carillo, Piera Carlomagno, Olga Chieffi, Antonella D’Annibale, Clemy De Maio, Monica Di Mauro, Carla Errico, Peppe Iannicelli, Giovanbattista Lanzilli, Franco Matteo, Ivano Montano, Felice Naddeo, Carlo Pecoraro, Erminia Pellecchia, Enzo Ragone, Mariano Ragusa, Paolo Romano, Eduardo Scotti, Andrea Siano, Angela Trocini, Monica Trotta e Ketty Volpe, svestendosi dai panni di cronisti, per (ri)dar voce a chi a Salerno ha trovato solo la sepoltura, in quella mattinata senza sole, 26 bare e 27 fiori, perché una delle ragazze sarebbe diventata madre di lì a poco, però non ha fatto in tempo.

All’Augusteo la serata condotta da Titti Improta ha regalato emozioni forti: toccante l’arrivo sul palco di Lamin Ceesay, sbarcato da migrante e ora, grazie al compianto Rosario Caliulo, diventato mediatore culturale oltre che musicista. Musica, passi di danza, poi l’appello della Giustizia affidato a Matteo Casale e il finale in standing ovation. Con il ringraziamento commosso del sindaco Enzo Napoli, del ministro dell’immigrazione della Nigeria, Ifeynwa Angela Nworgu e del prefetto Salvatore Malfi, e soprattutto con un assegno da quasi 5mila euro donato allo Sportello d’Ascolto del Centro Antiviolenza di Genere “Artemisia” presso l’ospedale Ruggi, perché il ricordo delle migranti, oltre a esser ossigeno per le coscienze, possa servire ad aiutare anche altre donne. È la rivincita della vita. Ché il passato non si cambia, però si custodisce, ed è da lì che si ricostruisce. Come ieri sera. Tutt’insieme…

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