di ALESSANDRO MOSCA

Le castagne del prete, almeno quelle, ci sono ancora. Della Fiera del Crocifisso, il tradizionale appuntamento dei venerdì di Quaresima a Salerno, sono uno dei pochi elementi caratteristici che restano. Qualche anno fa, quando le bancarelle venivano montante nei vialoni intorno allo stadio Arechi – senza tornare troppo indietro nel tempo e scomodare la nostalgia della Fiera a Torrione, di quei venerdì in cui chi viveva nella zona della scuola Matteo Mari era costretto a dover parcheggiare la propria auto il più lontano possibile per evitare la calca -, era un appuntamento imperdibile per tutti. I ragazzi facevano “filone” per provare ad acquistare (o, almeno, quella era la “scusa”) qualcosa di interessante, i bus che conducevano all’estrema zona orientale erano pieni come non mai, le carovane provenienti da ogni dove della provincia arrivavano a flussi continui e riempivano quelle isolate strade, che ora come allora pullulano di vitalità solo in rare occasioni, fra pulcini, pizze a portafoglio e caramelle.

Ora tutto è cambiato. La Fiera resta nella sua forma, ma il contenuto è ben diverso. L’area attorno al Parco del Mercatello, scelta da qualche edizione, non riesce ad avere lo stesso appeal. E così succede che – cosa mai vista prima – i venditori di spremiagrumi magici o di pentole che dimezzano i tempi di cottura restano ad osservare i pochi avventori, fumando (più di) qualche sigaretta nella speranza di poter fare qualche affare, osservando nervosamente l’orologio nella speranza che, da un momento all’altro, i loro stand vengano invasi da orde di compratori. Niente da fare.

Segno dei tempi che cambiano. L’usanza della Fiera del Crocifisso non si riesce a tramandare e man mano va sfumando. Fagocitata – così come tantissime attività commerciali, anche storiche, negli ultimi anni costrette ad abbassare la saracinesche – da Amazon e da tutti i suoi “fratelli”, capaci di offrire – tutti i giorni e in ogni momento – la maglia da calcio di una squadra di serie B polacca, cd introvabili di musica classica, tagliaverdura industriali. «Tiemp bell’ di una volta», dice qualche standista con i capelli bianchi, contando le poche decine d’euro contenute in (spesso) improvvisate casse. Parole che dividono fra chi ha saputo cavalcare l’onda del mondo digitale, abbandonando ogni tradizione e riuscendo a fare la spesa anche con il cellulare, e i nostalgici che rimpiangono quelle lunghe passeggiate fra le bancarelle dei venerdì di Quaresima.

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