menna salerno

di DARIO CIOFFI

Le “classifiche”, stavolta, lasciano il posto a una storia che non ha bisogno d’almanacchi che catalogano tutto, ma solo di buona memoria per esser tramandata, studiata e custodita. Perché il ricordo di Alfonso Menna, nel ventesimo anniversario della sua scomparsa (morì l’11 aprile del 1998 all’età di 108 anni) è molto di più d’una gara a chi sia stato «il più grande sindaco» che Salerno abbia mai avuto. Molti indicano lui, però ai margini di questo dibattito di sicuro c’è quel che quest’uomo del Sud dalla rara lungimiranza ha fatto in una vita lunghissima e sempre spesa per una comunità che ancora oggi, a decenni di distanza, gode di quel che ha lasciato il suo lavoro.

Menna nacque a Domicella, nel Vallo di Lauro, e dopo esser stato segretario comunale di lungo corso venne eletto primo cittadino salernitano nel 1956, sotto il simbolo della Democrazia Cristiana, grazie a un plebiscito di voti e a uno straordinario lavoro di “diplomazia” con alleati e avversari (lezioni di politica che sarebbero utilissime ancora oggi, in tempi di consultazioni senza sbocchi). E da lì inizio la sua “leggenda”. Arricchì il proprio programma accogliendo le istanze dei consiglieri d’altri partiti, formando un governo a guida DC con appoggio dei socialisti. Fu sindaco da allora e per i successivi 14 anni, fino al 1970, rilanciando una città ancora ferita dalla drammatica alluvione del 25 ottobre 1954, tragedia che vide Menna in prima linea: gli alluvionati salernitani ebbero le nuove case (Mariconda bassa) dopo pochi anni. Un impegno che gli valse la Medaglia d’argento al merito civile che gli sarebbe stata poi conferita nel 1968. Con lui nacque la “nuova” Salerno. Menna costruì il tanto discusso porto commerciale (oggi unica fonte di ricchezza della città). Senza parlare dell’orfanotrofio Umberto I di cui fu presidente. Rivoluzionò la città, recuperando il Castello d’Arechi e il Forte La Carnale, rendendoli simboli d’identità. Realizzò il lungomare, valorizzando il verde pubblico e le colline, ridisegnando Piazza della Concordia e tracciando di fatto il futuro che oggi vien vissuto come presente.

Nessuna classifica. Per Alfonso Menna restano l’impegno speso e le tracce lasciate. Parla la storia. E quella, come canta De Gregori, «non passa la mano»….

Notizie Simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *