di DARIO CIOFFI

La vita non è un film. Però se lo diventa, a volte può cambiare il corso delle cose. Perché il potere dei media, e del cinema, sa essere devastante. Al processo Cucchi su Rai3 furono dedicate 5 o 6 puntate di “Un giorno in Pretura”. E’ uno dei migliori programmi della tv italiana ma va in onda di notte. E anche se le puntate sono disponibili online sui social non le condivide nessuno (mica sono come l’acqua della Ferragni… che indigna manco non esistesse il rubinetto). 
Quel processo è pieno di momenti imbarazzanti nelle testimonianze. Tutto trasmesso, però quella è televisione da nottambuli. E in quel buio la storia era rimasta. Poi è arrivato il film. Prime scene girate nell’autunno 2017. Un faro riacceso. Il dibattito sulla censura. Il potere di Netflix. Nel frattempo (un mese prima dell’uscita) la “confessione” al pm di uno degli imputati. 
No, non doveva essere né era, come qualcuno l’ha (fra)intesa, un’ignorante e sterile contrapposizione tra la gente comune e le forze dell’ordine, che per la gente comune ci vivono. Era solo un modo per iniziare a (ri)percorrere la strada della verità, ai più palese, su quella vicenda. Punendo, dovrà farlo il processo bis in corso, i responsabili di quella morte. Capendo chi è Stato. Con la “s” maiuscola e minuscola. E tutt’e due insieme…

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