di DARIO CIOFFI

La vita ricomincia con il sapore del risveglio. Buongiorno, caffè. Diavolo, e quanto ci mancava. E tenetela per voi la storia del vero espresso nella macchinetta che s’avvita, che pure è assai affascinante, o peggio ancora quella delle cialde e delle capsule che si pubblicizzano raccontandoci che a casa nostra sarà come essere al bar. Ma chi ci crede…
Qui il caffè è una cosa seria. Un rituale. E farne a meno ci rende nervosi. Allora va da sé che ancora non ci basti prenderlo in corsa come un ciclistica al rifornimento di metà tappa, sorseggiarlo nel bicchierino di plastica privandoci del piacere della tazzina bollente, e poi “scappare” come dei ladri – perché altrimenti c’è il rischio d’assembramento – senza chiedere ad almeno un’altra persona di “farci compagnia” e poi finire a spintoni per fare a gara a chi deve pagarlo. Tutto questo sì, ci manca ancora terribilmente, e però – dicono gli allenatori di calcio che poi collezionano campionati – quando non puoi vincere le partite va bene pure pareggiarle.

Evviva, allora, il caffè in monouso, già zuccherato, bevuto di fretta e quasi di nascosto come un neo liceale imboscato per la prima Marlboro che fa un mezzo tiro e tre colpi di tosse. È il segno d’un tempo in cui tocca convivere con l’ombra d’un virus che ci ha cambiato la vita senza preavviso, e che ora ci fa una paura tremenda al pensiero che possa “girarsi male” davanti alla nostra umanissima pretesa di riprendercela, quella vita rimasta – qui al Sud – a un sabato sera di marzo, vigilia della Festa della Donna. Da allora nulla è più come prima, però c’è un tempo per tutto e dopo quello del «restate a casa», scandito un po’ dall’iniziale eccitazione dell’ignoto e molto dall’angoscia d’una privazione infinita, adesso è arrivato il momento di dire al Covid – con tutto il rispetto, signor Corona, ché qua nessuno si sogna di sfidarLa – che c’è voglia e bisogno di riprendersi un pezzettino della normalità perduta.
Il capitolo numero uno, il primo tratto di penna dopo aver squadrato il foglio, è un Caffè con l’iniziale maiuscola.
Salerno, Pastena, esterno, giorno. Mattino di maggio. Profuma di libertà. Il mercato è ancora desolatamente vuoto. Grida vendetta a vederlo così, con il cancello chiuso come il chioschetto di Massimo. Tocca proseguire. Molti, in zona orientale, non hanno ancora riaperto. Tutto spento, come l’anima d’una città che avrà bisogno d’aiuti veri, oltre che di coraggio, per rialzarsi tra le macerie che questo dannato virus – sempre con rispetto parlando eh, signor Corona – ha portato con sé. Via da viale Kennedy, giù verso i “quattro semafori”. Ce n’è uno aperto, di bar, con un finestrone che s’affaccia sulla strada. Rieccoti, fratellone – mica “fratacchione” – d’un bancone.

È una soluzione di fortuna, il bancone “vero” è all’interno ma di questi tempi in cui pare un lusso pure respirare meglio starsene all’aria aperta. Caffè! Finalmente. Il ragazzo di là è un tipo sveglio. E in giorni scanditi dal pessimismo cosmico è ossigeno puro sentirgli raccontare che «sta andando bene, meglio di quello che pensavamo». Vien voglia d’abbracciarlo, però non si può. Ci diamo il gomito, che ha sostituito il “cinque”.
Caffè e bancone! In plastica e già zuccherato, ma chissefrega. Consumare sfogliando il giornale compassati non si può, chiariamoci. Anche se – insegnava “Rocco Bohéme” quando un amico gli chiedeva di potersi accomodare al tavolo – «il bar è ’o bancon’». Non si può ma il piacere sembra quello lì. C’è qualcosa di meravigliosamente familiare che richiama il rituale di sempre: il bicchiere d’acqua che lo anticipa – «te sei del Sud?!», ci dicono sempre quando lo chiediamo da Roma in su, ché il bicchiere d’acqua è una carta d’identità per noi peggio dell’accento -, una copia de la Città piegata alla pagina dello sport che ancora non riparte, un’occhiata alle spalle se c’è un amico, un conoscente o uno sconosciuto fino a un secondo prima con cui prenderlo assieme (neppure questo si può, e allora meglio passare avanti).

Caffè! In plastica e passeggiando sul marciapiede, ma sembra quello del Gambrinus. È come un pieno di benzina. Vien voglia di non fermarsi. Camminare. E camminare ancora. Fino al mare. Per strada persino quelli che usano le mascherine con l’improbabile leggerezza del Carnevale (a mo’ di fazzoletto o scalda-collo, di bandana o polsino) sembrano meno stupidi rispetto alla considerazione che meriterebbero. Per incazzarsi c’è un altro tempo. Ora è tutto bello, davanti a quella tavola blu che ti riempie gli occhi, e magari ti promette che – se Lei vorrà, signor Corona, sempre co’ tutto il rispetto – alla fine (pure) quest’anno ci rivedremo. Isole di dolcissima normalità in mezzo a un oceano d’angoscianti stranezze. Caffè e lungomare. Ora sì che la vita ricomincia…

(dal quotidiano “La Città” del 09/05/2020)

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