di STEFANO MASUCCI

“Eravamo tutti giovani, c’era ansia di riportare la Salernitana in serie B dopo la retrocessione dell’anno precedente, e ci scoppiò in mano lo spogliatoio, soffrivamo l’esuberanza dei tifosi. Non ho timore a dire che senza di lui avremmo potuto fare una brutta fine”. Giuseppe Cannella, esperto direttore sportivo con una lunga serie di esperienze in granata, ricorda Tarcisio Burgnich, uomo silenzioso, ma dotato di una nobiltà d’animo d’altri tempi, ma soprattutto uno dei protagonisti della leggendaria “Partita del secolo”, quel 4-3 tra Italia e Germania allo stadio Atzeca, di fronte a oltre 100mila spettatori, match entrato di diritto nella storia dello sport mondiale, impresa azzurra che compie 50 anni.

“Ovviamente io ero affascinato dalle sue imprese, e lui non si tirava mai indietro quando c’era da raccontarle. Mi dilettavo a fargli narrare di quando giocava, l’aver marcato Pelé, ma soprattutto quella partita, la semifinale del 17 giugno 1970”, racconta Cannella. Una gara che sfuggì a ogni logica tecnico tattica, e che assunse i contorni di un dramma per entrambe le squadre, ma soprattutto per entrambi i popoli, incollati alla tv oltre le due di notte. “Il gol di Schnellinger tagliò un po’ le gambe a lui e ai suoi compagni, anzi, lui più volte sosteneva che non avevano proprio più, ma che andarono avanti d’inerzia, di forza, presi dall’entusiasmo, con la consapevolezza di essere totalmente svuotati di ogni energia. Godo di un grandissimo privilegio, aver ascoltato questi aneddoti da lui mi ha fatto crescere, è un’esperienza che mi ha arricchito, si parla di un calcio che non c’è più, mi raccontava anche di quando giocava a Palermo, e delle trasferte in treno che dovevano affrontare, veri e propri viaggi della speranza”.

Il pensiero, inevitabilmente, non può tornare all’esperienza a Salerno, dove l’autore del momentaneo 2-2 della partita del secolo, arrivò nel febbraio del ’92 per invertire la rotta di una stagione iniziata sotto i migliori auspici e trasformatasi non molto più tardi in una brutta gatta da pelare. “Avevamo una spada di Damocle sulla testa, la Salernitana doveva sempre primeggiare, eppure lui servì per portare serenità e serietà, un uomo di ferro. Non a caso era soprannominato Roccia. Già a Foggia fu chiamato per un’impresa simile, l’avvocato Finiguerra che gestiva i satanelli, lo contattò dicendogli che non gli interessava l’allenatore, ma la persona in primis. E anche per noi fu così, con la società assente, fu fondamentale. Ricordo che dietro lanciò tutti ragazzi giovani, puntando sulla loro spensieratezza e percependo la pressione dei più esperti. Tra di loro Grassadonia, e Iuliano, fondamentali per il resto della stagione. Penso che vedendo anche le loro carriere si può dire che ci aveva visto giusto…”.

 

articolo pubblicato sul quotidiano La Città del 17/06/2020

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