di DARIO CIOFFI

Avesse vissuto il Covid, un altro paio di strofe alle sue “Beatitudini” il maestro Rino Gaetano le avrebbe aggiunte. “Beati sono i Santi, i cavalieri e i fanti”, certo, “beati i vivi e i morti ma soprattutto i risorti”, chiaro, “beati sono i ricchi perché hanno il mondo in mano, beati i potenti e i Re, beato chi è sovrano”, e ci mancherebbe pure, però qualcos’altro l’avrebbe scritto nel raccontare con le sue poesie in note questo virus che fa persino smettere di dire “beato te”. Anche come intercalare.
Non infetta l’invidia. Se la divora. Vedere per credere come ha azzannato le due suggestioni forse – o senza forse – più grandi dell’italiano medio, e non solo: il calcio e le vacanze.
Per ordine, un inverno fa, quando ancora credevamo d’esser nell’anno dell’Olimpiade e nella buca della posta iniziavano ad arrivare le partecipazioni per i matrimoni della primavera di là da venire, ogni appassionato dello sport nazional-popolare avrebbe pagato qualsiasi cifra, fosse stato possibile, per sentirsi almeno per un giorno tifoso dell’Atalanta. Una favola vera nel pallone in cui il dio-denaro tutto governa. Una squadra provinciale che diventa aristocratica, e che con la forza della progettualità, della competenza, d’una gestione virtuosa e vincente si siede al tavolo delle grandi d’Europa arrivando a giocarsi la fase a eliminazione diretta di Champions League. Per capirsi (con chi Il calcio proprio non lo digerisce): come prendere il sindaco d’un paese in cui al voto non esiste neppure il ballottaggio e ritrovarlo a fare il capo-delegazione al G8. Sarà paragone irriverente, ma poco ci manca…

La notte dei desideri è il 19 febbraio 2020. A San Siro, reggia in fitto della Dea nella massima competizione continentale, si gioca Atalanta-Valencia. Tutti la guardiamo in tv e nel vedere quei 50mila spettatori esultare a ogni gol nerazzurro, per quel 4-1 ch’è un’ipoteca sul pass per le migliori otto d’Europa, un po’ ci sentiamo morire d’invidia. Ché vorremmo essere al posto loro. Qualche mese dopo, mentre la pandemia è esplosa e in Lombardia si contano i morti, si dirà che quella partita è stata il detonatore del contagio, nel Bergamasco ma pure a Valencia. Beati un corno!

Proprio come qualche mese dopo. Fase-3, convivenza con il virus ma inferno (pare) alle spalle. Dopo il lockdown e le mille privazioni, toglieteci tutto ma non un’estate al mare. Meno biglietti aerei per l’estero, viva l’Italia e soprattutto le sue mete da sogno. La più ambita di tutte? Ovviamente la Sardegna. L’isola felice d’ogni vacanziero. “È pure Covid free”, dicono per pubblicizzarla, consapevoli che (stra)vincerà la sfida a distanza con le spagnole Ibiza e Formentera nelle foto social. “Musica, la sabbia è musica… Cristalli scintillanti sulla pelle che colorano un tramonto caldo e mitico”, cantava Giuni Russo, quella di “Voglio andare ad Alghero in compagnia d’uno straniero”. E così, in quel luogo dove la magia è realtà, si consuma il più grande focolaio della nuova ondata di Coronavirus nel nostro Paese.
Un anno fa, al rientro dalla Sardegna, saremmo rimasti ore ed ore ad ascoltare, con un pizzico d’umanissima invidia, i racconti sul mare cristallino di quelle spiagge selvagge e meravigliose e sulle notti sfrenate al locale di Briatore (aspirante leader negazionista, prima di beccare il Covid come capolista dei potenti, seguito a ruota da Berlusconi e De Laurentiis). Oggi, a chi torna dall’isola dei sogni, chiediamo com’è andato il tampone. E ci siamo pure tolti il vizio di dire “beato te”…

@RIPRODUZIONE RISERVATA

(pubblicato sul quotidiano “La Città” del 13/09/2020)

Notizie Simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *