Mario è un giornalista del Secolo XIX, lavora e vive a Genova da anni ma ha il sangue granata. Perché è nato a Salerno, da una famiglia che l’ippocampo ce l’ha tatuato sul cuore (sì “quei De Fazio lì”… Cognome che dirà molto a chi conosce la storia della Bersagliera), ama la Salernitana e ha nostalgia della Curva Sud. E “macchia d’inkiostro” così la sua attesa per un pomeriggio, a Marassi, che sognava diverso… (dac)

di MARIO DE FAZIO

Te la immagini da anni, quella luce di Lanterna che avvisa il ritorno del tuo orizzonte. Senti l’eco di quel settore ospiti pieno di salernitani, tutti fratelli, e fa niente che lo spezzatino indigesto del calendario abbia propinato una partita di coppa Italia di martedì, a ora di pranzo. Ti sorprendi a pensare come sarebbe stato guardare dalla “gabbia” di Marassi quella gradinata Sud dove gli ultras doriani hanno scritto tante pagine d’un romanzo collettivo: dagli Utc che furono i primi a usare quel termine (e fa niente che l’acronimo allora si sciogliesse in Uniti Legneremo Tutti i Rossoblu A Sangue) fino al primo bandierone copri-curva in uno stadio, primato che si contendono con i granata del Toro. Ascolti nell’aria persino le note e i brividi di “Lettera da Amsterdam”, e stavolta sarebbe pure diverso: se già ti emozioni ogni volta che senti quelle parole, pensando alla tua terra lontana, figuriamoci se la Bersagliera è lì accanto a te. E potresti pure guardarlo negli occhi, un amico a cui dire “lo sai verrà domani/ e dopo tanto tempo tornerò/ perché ci lega un filo/ un filo che mi porta dritto a Lei”.

Il risultato non fa e non avrebbe fatto differenza. Chi se ne frega, se Quagliarella segnerà di tacco o in rovesciata, o se Tutino o quel tipo polacco che va forte sulla fascia e ha un nome impronunciabile potranno far l’impresa.
Sampdoria-Salernitana, senza il pubblico, senza il settore ospiti e la gradinata Sud a fronteggiarsi tra stima e rispetto, vale poco. Quasi nulla, come ogni partita di calcio senza tifosi, senza l’anima che sacralizza quel pallone e lo trasforma in qualcosa che è – e sempre sarà – molto di più d’un prodotto da vendere. L’occasione sarebbe stata di quelle da appuntarsi sul calendario, godendosi una trasferta in un gioiello di stadio con la stessa grinta di chi non s’è certo turbato quando si doveva andare a Melfi o a Selargius.
E invece niente, ed è giusto così. Per prudenza, rispetto di chi soffre per quel maledetto virus che ancora morde in tutt’Italia, in questi giorni ancora di più al Sud ma pure tra i vicoli di Genova e “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi/ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”, come cantava De Andrè, vecchio cuore rossoblu che amava alla follia i colori del “piccione” (come i doriani chiamano il Grifo) e non certo i blucerchiati dei “ciclisti” (come i genoani sfottono i sampdoriani).

Il pubblico non ci sarà, a parte qualche sparuta presenza distanziata. Non ci sarebbe stato comunque lo spettacolo vero, perché la curva Sud Siberiano e la gradinata Sud della Sampdoria condividono la stessa linea di pensiero, insieme a centinaia di altre curve d’Italia. Fin quando non si potrà, non ci saranno. Finché non si potrà tornare a vivere la Curva come prima, senza quel distanziamento sociale che fa a cazzotti con l’aggregazione e l’appartenenza, si dovrà rinunciare a una passione che brucia e brucerà ancora. L’hanno scritto su uno striscione affisso davanti alla Sud di Marassi, gli ultras doriani, all’imbocco di una traversa che, se non gioca il Doria, s’anima solo per chi passa a fare la spesa in un supermercato Lidl lì vicino: “O tutti dentro o nessuno”. Stesso concetto ribadito dagli ultras di Salerno, con poche parole che dimostrano come la coerenza di uno stile di vita si possa sposare col senso di responsabilità: “Pieno rispetto delle regole anti Covid 19 ma non potremmo in alcun modo rinunciare al nostro modo di vivere, di intendere l’essere ultras, modificare il nostro stile di vita”, il messaggio d’arrivederci della curva granata.

Resta poco d’altro, se non una partita di calcio che pure la Rai trasmetterà, ma che si può guardare solo con l’occhio svogliato di chi sa che la televisione è un palliativo che sbiadisce e fa sbadigliare rispetto allo stadio, e che solo in curva lo spettacolo si trasforma in rito e mito. Una magia che t’emoziona persino quando ascolti una lettera scritta per altri, e pensi alla tua maglia, ai tuoi colori, alla tua città che sono lontane: “Chissà com’è/ adesso la domenica con lei/ Dimmelo tu/ che puoi sentire i brividi che dà/ Dille che io/ che io non l’ho tradita/ che io non l’ho dimenticata mai/ Ed è per questo che ritornerei”. E senti risuonare dentro quel “filo che ci lega”. E che non si spezzerà mai.

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