di EDOARDO CIOFFI

Era il 18 novembre del 1989 quando il calciatore del Cosenza, Denis Bergamini, perse la vita. “Suicidio”, fu la prima ricostruzione, quando il corpo del 27enne fu ritrovato sulla Statale 106 Jonica, all’altezza di Roseto Capo Spulico. A quella versione, però, sin dal principio in tanti non avevano creduto. Anzitutto la famiglia. La tesi di parenti e amici è sempre stata una, e cioè che Denis fosse stato ucciso. Negli anni, infatti, la piazza di Cosenza si è battuta – ed ancora oggi si batte – per chiedere “giustizia e verità” per l’ex calciatore rossoblu.

I FATTI
La versione del calciatore probabilmente depresso che arrivò a compiere il gesto estremo del suicidio, gettandosi sotto ad un camion in corsa sulla strada Statale 106, non è mai stata “accettata” da chi conosceva bene Denis Bergamini. Dopo un iniziale silenzio generale, però, familiari ed amici decisero che era giunto il momento d’alzare la voce e con tenacia cominciarono ad organizzare eventi in memoria del giovane calciatore nativo di Argenta, in provincia di Ferrara. Fondamentale, fu anche il contributo degli ultrà cosentini, che vollero sostenere la famiglia Bergamini nella loro battaglia di verità e giustizia. Diverse le iniziative che, nel tempo, hanno fatto sì che non venisse mai spenta la luce su una vicenda che appariva poco chiara e meritava ulteriori approfondimenti. Dapprima il libro dell’ex giocatore di Roma e Milan, Carlo Petrini, che nel 2001 pubblicò “Il calciatore suicidato”, provando a porre interrogativi sulla misteriosa morte del centrocampista dei Lupi silani; poi, numerose iniziative portate avanti dagli ultras del Cosenza, insieme alla famiglia di Denis. Per anni, infatti, il tifo organizzato calabrese ha celebrato il “Bergamini Day”, evento che aveva la duplice finalità di ricordare il 27enne calciatore del Cosenza e di far luce sulla sua morte, chiedendo la riapertura delle indagini. Nel 2011, dopo silenzi ed incertezze, le indagini furono finalmente riaperte e nell’anno successivo, grazie ad una perizia dei RIS di Messina depositata presso la Procura della Repubblica di Castrovillari, arrivò la prima svolta. “Quando fu investito dal camion, Bergamini era già morto”, si lesse nel documento depositato in Calabria, dove fu dimostrato, dopo diverse simulazioni, che se il giovane calciatore si fosse “gettato” sotto il camion, come riferì la fidanzata, sicuramente gli effetti personali avrebbero subito gravi danni ed invece al momento del ritrovamento del cadavere erano intatti. Nel 2013, poi, venne notificato un avviso di garanzia, dalla stessa Procura di Castrovillari, all’allora fidanzata del calciatore, sospettata di omicidio.

LA SVOLTA NELLE INDAGINI
Dopo che la vicenda fu riaperta, anche diversi organi di stampa cominciarono a trattare l’argomento, con l’intento di far emergere la verità. La vera svolta, però, arrivò nel giugno del 2017, quando il GIP di Castrovillari dispose la riesumazione della salma di Denis Bergamini per effettuare l’autopsia. Dai primi risultati dell’esame autoptico eseguito sui resti del corpo del 27enne emiliano, si escluse il suicidio, perché lo squarcio ritrovato sull’addome e non sul dorso lasciò intendere che, contrariamente a quanto evidenziato dalle fotografie scattate subito dopo l’incidente, Bergamini fosse coricato in posizione supina e non prona. La consulenza medico-legale disposta dalla dottoressa Teresa Riggio, giudice del Tribunale di Castrovillari, portò alla luce nuovi clamorosi elementi, che non lasciarono più spazio a dubbi: Denis fu prima stordito con un narcotico, poi soffocato ed infine steso già morto, o forse in fin di vita, sull’asfalto, dove il camion lo schiacciò con “moto lento”, cioè procedendo a velocità molto bassa. La dinamica fu scritta senza equivoci nella consulenza del novembre 2017 affidata a cinque super esperti, tra cui il compianto professore salernitano Antonello Crisci, stimato docente di Medicina Legale all’Università degli Studi di Salerno, venuto a mancare l’anno scorso. L’autopsia eseguita dal team di specialisti della medicina legale, dimostrò come quello attuato ormai 31 anni fa, fu un omicidio poi fatto passare per suicidio. Tra i dati rilevanti, emersi dall’esame autoptico, ci furono quelli relativi al tessuto polmonare di Denis Bergamini, che aveva – si lesse nel documento depositato in Calabria – «una iperdistensione degli alveoli, una rottura dei setti piuttosto strana in un ragazzo così giovane e atletico».
Proprio il professor Crisci chiarì come l’enfisema acuto derivante dal soffocamento e riscontrato sul calciatore non potesse essere legato a una patologia né dipendere da altri fattori. «L’enfisema polmonare acuto non può essere causato da una malattia genetica, da una patologia cronica o da una bronchite. Per enfisema polmonare acuto noi intendiamo qualcosa che avviene nel giro di pochissimo tempo», spiegò quasi tre anni fa il compianto medico salernitano.

IL MESSAGGIO DEI SALERNITANI
Nel finale di stagione 2018-19, anche la torcida granata volle esprimere la propria vicinanza alla famiglia di Bergamini e a tutta la comunità rossoblu. Con gli ultrà cosentini, la Curva Sud granata non s’è mai amata ma nel maggio 2019 decise di srotolare uno striscione sulla vicenda, dimostrando grande sensibilità, al di là della rivalità. “Tra depistaggi e falsità, da trent’anni in attesa di verità: Giustizia per Denis Bergamini”, fu il messaggio degli ultras dell’ippocampo nella fredda e piovosa serata che vide i granata soccombere sul campo contro un Cosenza già salvo, che col successo all’Arechi fece sprofondare la Salernitana verso i playout (poi disputati e vinti contro il Venezia). Trentuno anni dopo, sono stati fatti grandi passi in avanti per far luce sulla vicenda Bergamini ma ancora nessuno ha pagato per la morte del 27enne ferrarese. Domizio Bergamini, papà di Denis, nove mesi fa se n’è andato per sempre, dopo anni di battaglie condotte al fianco di amici e tifosi del Cosenza. Nel cielo, avrà sicuramente abbracciato il figlio. Insieme, ora, aspettano giustizia.

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