di DARIO CIOFFI

Un anno. Una vita o un soffio, a seconda dei punti di vista. Ché il tempo altro non è che una percezione, lo diceva pure Jovanotti che “quando stai bene lui va via come un lampo”, mentre “quando ti annoi un attimo sembra eterno, e il paradiso può diventare inferno”.

Un anno. Interminabile, eppure cancellato in un istante. Il tempo d’un “Pronti? A voi!” che ridà fiato alla speranza.

L’abbiamo letta, quella speranza, anche se non siamo stati in prima persona nei palazzetti, negli occhi dei ragazzi che l’hanno vissuta, in questi giorni, la ripartenza della scherma italiana. Gare senza punteggio, ma chissenefrega dei punti! C’è la pedana, c’è l’arma, c’è l’avversario. C’è il sudore, c’è il girone, c’è l’Inno Nazionale che emoziona sempre ma ora un po’ di più. C’è il maestro, c’è l’arbitro, c’è un urlo da liberare alla 15esima stoccata, e che sia d’imprecazione o di gioia oggi non conta, ci basta (ri)sentirlo.

C’è, in quattro parole, la vita che ricomincia, come il titolo di quel film capolavoro di metà anni Quaranta, dopo la Guerra. Qui c’è il Covid, che alla Guerra somiglia parecchio stando a come ce l’hanno raccontata i nonni, e nel nostro caso non è neppure finito. Anzi. Ogni giorno ci dicono che va peggio di ieri, e però pure che il peggio deve ancora venire, mentre tra i (troppi) morti, che da un anno sono un numero gelido – rigorosamente a tre cifre – alle sei della sera, ogni tanto ritroviamo un conoscente, o un amico, qualcuno a cui volevamo bene, e allora capiamo che la pandemia non è affare di questo o quell’altro angolo del mondo, ma è mio, tuo, d’ogni persona che da un anno, sempre quel maledetto anno, ha cominciato un’esistenza che neanche avrebbe potuto immaginarsi prima.

Ed è così, in questo continuo navigar a vista sognando un orizzonte di normalità – ché l’unica certezza che ci vien data è che non sia certo il giorno in cui finirà la maledizione – che la scherma è ripartita. Perché aveva il diritto e pure il dovere di farlo.

Ce n’era una voglia matta. La stessa che nei giorni di lockdown ha fatto nascere le lezioni su Zoom dal salotto di casa, poi le corse nei parchi alla prima “riapertura”, e quindi le palestre che pian piano ritrovavano la loro anima con l’igienizzante sul tavolino accanto all’apparecchio.

C’era da abituarsi. E ci si è abituati senza far troppe storie.

Usiamo le maschere da sempre e chissà quante volte ci hanno chiesto: “Ma lì sotto si respira?”. Figurarsi, allora, se potevamo spaventarci per le mascherine.

E il distanziamento, poi… È una delle prime cose che ci spiegano, insieme alla differenza tra spada, fioretto e sciabola, solo che per noi si chiama “misura”.

Insomma, ci mancava soltanto lo starnuto nella piega del gomito (a quello sì, confessiamo che ci siamo dovuti abituare), e poi eravamo già pronti a tirarcela con questo virus ch’è il peggior avversario che storia ricordi.

Non lo sconfiggeremo noi, però almeno gli abbiamo fatto capire che la passione è una cosa seria. E che non c’è modo di fermarla, per quante varianti vorrà inventarsi.

L’ha capito, il Covid, in una terra dov’è stato più cattivo che altrove, nel Bresciano, nel primo meeting under14 a dodici mesi di distanza dai giorni in cui scoprivamo che la “zona rossa” non era più la parte della classifica in cui nei campionati di calcio si retrocede, ma qualcos’altro…

L’ha capito, poi, a Roccaporena di Cascia, dov’è iniziata la rassegna dei Test Event rivolti a Giovani e Cadetti, i ragazzi che in questi mesi, in molti angoli d’Italia, hanno avuto nella scherma una certezza di socialità più forte della scuola. E quello scatto “Bizzi Team” delle prime ragazze schierate in pedana, sotto la Croce di Santa Rita (suvvia, c’è bisogno dell’aiuto di tutti, pure di chi sta a “livelli più alti”), è diventato storia, presente e futuro tutt’insieme. Come l’immagine d’un papà che “spiava” il match della figlia dalla finestra, perché l’unico sport che oggi possiamo permetterci è a porte chiuse, e in fondo, si sa, lo schermidore nasce e cresce nel rispetto delle regole, dunque i genitori non sono da meno.

L’ha capito, ancora, attraversando l’Italia: dall’Umbria della sciabola a Lignano Sabbiadoro dei fiorettisti, e poi da lì fino a Formia degli spadisti, e però passando per Tirrenia dove anche l’attività paralimpica ha riacceso i suoi motori.

Sui social, dove si rischiava il secondo giro di repliche di “Accadde oggi”, i vincitori hanno esultato, gli sconfitti si son ripromessi di fare meglio, e s’è incazzato chi non ha potuto esserci, perché inevitabilmente le prove di ripresa hanno visto in pedana un ristretto numero di atleti (sono ancora giorni in cui ci suggeriscono d’uscire solo per la spesa, per i maxi-eventi verrà un altro tempo e speriamo non sia lontano). Bene!

Rieccolo, un pezzettino della normalità che s’era sgretolata un anno fa. Ricomposta a fatica con la pazienza di chi sa che l’emergenza non è finita, e però da qualche parte bisogna pure (ri)cominciare. È così ch’è ripartita la scherma. Con vista sull’Olimpiade e la Paralimpiade di Tokyo, certo, ma soprattutto con la voglia di continuare a fare la propria parte verso chi se n’è appassionato e – lo raccontano ogni giorno maestri e dirigenti – ha continuato a ripetere di non poterne fare a meno nell’anomalia d’un tempo indefinito. Un anno. Una vita o un soffio. Fino alla ripresa. Tra maschere e mascherine. “Ma sì, certo che si respira!”.

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