di DARIO CIOFFI

Se il tempo fosse un gambero, basterebbe fermarlo qui. All’alba di marzo d’un anno fa. L’ultima notte con le stelle, e il pubblico sugli spalti, Salerno la visse 363 giorni fa. Si giocava Salernitana-Venezia e all’Arechi c’erano 5mila tifosi. Avessero saputo che non ci sarebbero più tornati, per 12 mesi finora e chissà per quanti altri ancora, sarebbero stati in 50mila anche se la capienza non li regge. Calcisticamente l’ippocampo aveva un andazzo costante nella sua discontinuità: la squadra di Ventura vinceva puntualmente in casa e perdeva o pareggiava in trasferta, una settimana rilanciava e un’altra si sgonfiava, mentre nella narrazione del suo tecnico ogni sospiro era miracolo perché ereditato dalle macerie. Credibile in parte, non sino in fondo.
L’ombra del Coronavirus era calata in Italia già su Lombardia e Veneto, ed è proprio per effetto delle prime “zone rosse”, utili a far scoprire l’acronimo Dpcm pure a chi non ha studiato il Diritto, che ai tifosi arancioneroverdi, amici leali degli ultras granata, fu vietata la trasferta (qualcuno partì comunque, polemizzando per la restrizione subita, “acqua fresca” rispetto al lockdown nazionale ch’era di là da venire). La Curva Sud Siberiano, che dell’impegno sociale e dell’attenzione verso i temi importanti ben oltre il pallone ne ha sempre fatto una vocazione, fotografò il momento. Un solo striscione “usa e getta” in rima baciata, né contro Lotito né per la squadra, ma dedicato a quell’incubo appena cominciato: «Ogni dramma fa nascere le grandi riprese, contro il Covid-19 forza e coraggio in tutto il Paese». Allo stato dell’arte, sarebbe attualissimo anche un anno dopo. Purtroppo.
Sul campo la Salernitana vinse 2-0, per la prima e unica volta nella sua avventura granata Cerci fece persino vedere qualche sprazzo del calciatore ch’era stato, e il popolo del cavalluccio marino ne accompagnò il successo con il suo incitamento ritmato. Voce, mani, anima, cuore. Il tamburo che rulla, il vento che soffia sulle bandiere. Sugli spalti c’erano ampi spazi vuoti, troppi, e così l’invito fu stringersi di più. Ché “assembramento” era ancora parola fuori dall’uso comune e colloquiale, mentre dal megafono del lanciacori poteva sentirsi l’esortazione ad avvicinarsi e abbracciarsi senza che nessuno gridasse alla denuncia (o, per traslato, al Daspo).
Era il primo martedì di marzo, proprio come accadrà domani sera per Salernitana-Spal. Chi c’era, pur essendone ignaro, s’è ritrovato dentro un libro di storia, e l’avesse saputo prima si sarebbe scattato una foto da custodire nel tempo. I granata uscirono tra gli applausi, la gente sfilò dall’Arechi con le sciarpe e senza mascherine. Ultime gocce di normalità, perse in un oceano d’incertezza. Nostalgia canaglia, tornare indietro a quegli istanti.
Sono le undici della sera passate, mentre in sala stampa inizia il rituale post gara ancora “in presenza” (Zoom, quello sconosciuto!) e dalla Sud riecheggiano gli ultimi cori.
«Alè alè alè Salernitana alè alè…», si sente mentre le nuove leve della Curva ripiegano gli striscioni dei rispettivi gruppi. «Una maglia, la mia vita, ti sostengo ogni partita, io starò per sempre qui vicino a te…». Sono in pochi, un centinaio di ragazzi, rimasti nell’anello inferiore a intonarlo mentre il custode spegne le luci. S’ammucchiano. S’abbracciano. Saltellano. Continuano. «Da bambino ti ho seguito, io non ti ho mai tradita, girerò per lo Stivale insieme a te».
È l’ultimo coro che l’Arechi abbia ascoltato, ed è sfumato in una notte che ancora non ha (ri)visto l’alba. Ché poi è esplosa la pandemia, che ha stroncato tante vite e ancor di più ne ha cambiate, condizionate, ristrette. Prendendosi troppo. Comprese le passioni. E svuotando gli stadi. Lì, da un anno, il pallone rotola nel deserto. A porte chiuse. Come sangue che scorre in un corpo senz’anima. Solo il tempo, che non è un gambero, potrà restituirgliela…
(da “la Città” del 1° marzo 2021)
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