di DARIO CIOFFI
L’Olimpiade è un mondo magico. Una terra degli dei che d’improvviso si popola di uomini e donne arrivati da ogni dove per scoprire che cos’è un sogno senza ritrovarsi poi con la testa sul cuscino.
Un sogno vero, in cui l’umanità si scopre nuda, e in questa post modernità che (troppo) spesso ci trasforma in una foto-profilo, in cui siamo ciò che pubblichiamo più che quel che viviamo, questo salto in una dimensione affascinante e surreale appare ancor più evidente.
Uomini e donne che per arrivare lì hanno dato tutto e rinunciato a ogni cosa, serenamente rassegnati alla consapevolezza che su quell’altare si possa sacrificare tutto. Perché è l’altare degli dei dell’olimpo.
Li ho visti arrivare con gli occhi sognanti – come poi lo sono quelli di chi li guarda e racconta – e l’ansia di chi vede una meta e deve trasformarla in un punto di partenza, perché esserci è fantastico ma vincere una medaglia lo sarebbe di più.
Dietro le maschere e sotto le divise, uomini e donne con le loro storie tutte uguali e diverse, mischiate nella sacralità sportiva di quest’evento che si prende l’anima e te la ridà indietro solo in aeroporto, al nastro del ritiro bagagli.
Li ho visti dannarsi per una stoccata sbagliata e impazzire dalla gioia per una andata a bersaglio. Gridare di felicità o di disperazione. Sdraiarsi a terra e volare tra le stelle.
D’esaltazione o sconforto, mai viste tante lacrime dai tempi del Gran Premio Giovanissimi, patria dei bambini. Perché l’Olimpiade è un altro mondo, e lì anche i grandi non hanno vergogna di piangere.
Ho accompagnato ragazzi e ragazze a metterci la faccia un minuto dopo un desiderio coronato o infranto davanti a schiere di cronisti a caccia di notizie: non si sono mai tirati indietro.
Da uomini (e donne) con personalità e coraggio hanno trasmesso la felicità dopo un assalto vinto e il dolore dopo una sconfitta, con quell’autentica percezione d’una umanità infinita che raccontava molto più d’ogni parola detta, a volte sospirando, altre singhiozzando.
Una voce del cuore che raramente capita d’ascoltare nello sport, e nella vita in genere.
Ecco, non per essere banale né fintamente filosofico, ma questo viaggio con gli uomini tra gli dei dell’olimpo mi ha fatto scoprire una parte di mondo che mostra le persone più vere, con le proprie debolezze più che con le certezze, è chiaro, e però con una purezza che arricchisce anche solo a far da spettatore.
Vivo la scherma da 29 anni, e ricordo come fosse ieri la risposta data da mio padre ogni volta che qualcuno gli chiedeva “perché” lui e mia madre avessero scelto di farmi praticare questo sport: “Per fargli imparare a perdere”, ripeteva sempre. Devo dire che la lezione l’ho imparata anche troppo (nel senso che mi sarebbe piaciuto vincere più spesso), ma i valori che mi ha lasciato sono tornati molto utili in qualsiasi cosa poi abbia fatto: dalla scuola all’università, dalle amicizie al lavoro, oggi spero anche nella famiglia che ho costruito.
Non è un inno alla sconfitta, anzi, ma una riscoperta di cos’è lo sport davvero: corri, provi ad arrivare più lontano; cadi, ti rialzi; e se cadi di nuovo poi ti alzi un’altra volta.
Crederci e resistere, reagire e rilanciare.
A Tokyo ho visto e raccontato cinque medaglie azzurre, i nostri ragazzi ne volevano e meritavano di più, è stata un’Olimpiade anomala (detto da chi ne ha vissute molte altre), a tratti complicata, ma il tesoro d’esperienza che mi lascia è d’inestimabile valore.
Grazie a chi tutto questo l’ha reso possibile, a chi mi ha accompagnato e sostenuto, da vicino o da lontano, dall’alba al tramonto di questo viaggio che, dopo aver passato gli ultimi 18 anni della mia vita provando a raccontare i sogni degli altri, nel continuare a farlo, mi ha permesso di coronarne uno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *