Posizioni differenti e innumerevoli incognite, così è ripartito il calcio italiano al tempo del Covid-19. La tanto agognata riapertura degli stadi in un periodo storico così delicato, con una pandemia in atto, ha “spaccato” ulteriormente il mondo del tifo del Belpaese. Le rigide regole imposte per il rientro negli stadi, infatti, hanno fatto sì che ben presto s’alzasse forte il coro del “no” da parte di diversi gruppi ultras, che con striscioni e comunicati hanno espresso la loro posizione a qualche settimana dall’inizio della nuova stagione calcistica.

I MOTIVI DEL “NO”
Gran parte delle Curve d’Italia ha rifiutato l’idea di un ritorno sugli spalti in epoca Covid, ritenendo troppo severe le misure imposte dai vertici dello Stato italiano. Malgrado i tentativi dei patron di massima serie di cominciare la stagione 2021/22 così come s’era interrotta la 2019/20, e cioè quando un nemico invisibile chiamato SARS-CoV-2 entrò di prepotenza nel mondo, la ripartenza del calcio italiano è stata graduale. A nulla sono serviti i dialoghi tra il presidente della Figc, Gabriele Gravina, e la sottosegretaria allo Sport, Valentina Vezzali, per sbloccare la situazione. “Abbiamo discusso dell’esigenza di avere la riapertura totale, ho mandato una richiesta alla Vezzali dando la disponibilità nell’adottare i protocolli che il Cts riterrà opportuno adottare, in linea anche con l’andamento tra calo dei contagi e incremento costante della politica vaccinale“, dichiarò Gravina a inizio luglio. Un messaggio che fece ben sperare tanti tifosi italiani che, dopo aver ottenuto il Green Pass, già pregustavano il rientro sui gradoni, anche alla luce del crescente numero delle vaccinazioni e della minor pressione sui nosocomi del territorio nazionale. Ben presto, però, la voglia di stadio s’è scontrata con l’entrata in vigore del nuovo protocollo. “No, grazie”, è stata la risposta di diverse tifoserie organizzate, che proprio non ci stavano a seguire una serie di norme, viste non tanto come regole per arginare la pandemia, quanto come pretesto per dare un’ulteriore “spallata” al tifo organizzato, dopo il discusso Decreto Sicurezza Bis con conseguente Codice di gradimento, applicabile a discrezione delle società di calcio e delle questure locali (CLICCA QUI per il focus sull’argomento).
Quali sono le regole che hanno fatto storcere il naso a diversi curvaioli italiani? Innanzitutto la capienza degli stadi ridotta al 50%, regola che ha fatto scattare subito il motto “o tutti o nessuno”, a voler rivendicare una serie di diritti negati ai tifosi. Poi, non di secondaria importanza, anche il paventato divieto di utilizzo degli strumenti di tifo, dalle bandiere ai tamburi, passando per striscioni e megafoni. “Cosa c’entra tutto ciò col Covid?”, si sono chiesti diversi ultras italiani, rifiutando categoricamente queste regole ed annunciando la propria diserzione. Tra le prime, a comunicare questa sofferta scelta, le gradinate Nord e Sud di Genova, la Curva B di Napoli, le tifoserie di Brescia ed Atalanta. Poi, via via, una serie di comunicati e striscioni: Lecce, Reggio Calabria, Terni, Salerno, Firenze, Cagliari, Bologna, Ascoli, Monopoli, Bari e tante altre, tutte con le stesse motivazioni. Sulla decisione degli ultras, ha inciso pure l’annuncio della disposizione “a scacchiera” sui sediolini degli stadi. Posti numerati e tifosi seduti, rigorosamente con mascherina indossata in maniera corretta, “condotta” impensabile da adottare per i supporters delle varie Curve.
Meno contestato, invece, l’obbligo del Green Pass per accedere agli impianti sportivi, l’unica misura che – visto il particolare momento vissuto in tutto il Paese – ha messo (quasi) tutti d’accordo, salvo comunque delle eccezioni, come la Curva Furlan di Trieste ed alcune anime del tifo palermitano, che si sono opposte al Passaporto vaccinale, ritenendolo “anticostituzionale”.

IN CURVA…DA ULTRAS
A far da contraltare alla schiera dei “no”, ci sono stati anche quei gruppi ultras che, invece, hanno deciso di tornare sui gradoni. Senza contestare alcuna misura imposta, pronti a sostenere le proprie squadre, in piedi ed anche con gli strumenti del tifo. Un po’ a sorpresa, dunque, si sono riaccesi diversi settori caldi degli stadi italiani, dal Bentegodi di Verona all’Olimpico di Roma, sponda giallorossa, passando per la Nord nerazzurra di San Siro alla Curva A del Maradona di Napoli. Fermento ultras al centro delle curve, drappi e bandiere “come se nulla fosse”, gran tifo per tutti i 90 minuti. A Verona, sia nel match di coppa Italia contro il Catanzaro sia nella sfida di campionato col Sassuolo, la Sud gialloblu ha risposto presente, “compattandosi” all’interno del settore ed incitando la squadra di mister Di Francesco. Stessa cosa accaduta anche all’Olimpico, dove la Sud romanista (che ha dedicato pure uno striscione “usa e getta” al nuovo condottiero, Josè Mourinho) ha sfoggiato il “vestito migliore”, con bandieroni e vessilli giallorossi. “Nel nome di Roma”, “Romanismo”, “ROMA”, “Boys”, tanti striscioni dei gruppi storici del tifo della Lupa capitolina, tranne uno: quello dei Fedayn Roma, che invece hanno deciso di aspettare la capienza al 100% prima di far rientro sui gradoni. Al “Maradona”, durante Napoli-Venezia, la Curva A (che aveva annunciato la sua presenza a poche ore dal fischio d’inizio, con uno striscione affisso fuori ai cancelli che recitava “Dal biglietto nominale al distanziamento sociale…nulla ci può fermare: vi faremo sempre male!“) ha mostrato un bel colpo d’occhio, offrendo calore e colore alla serata che ha visto trionfare gli azzurri di Spalletti. Nel settore di fronte, invece, nessun drappo e pochi sporadici cori, non provenienti dalle sigle del tifo organizzato della Curva B. I Fedayn e gli Ultras’72, che già nell’epoca pre Covid videro abbattersi una violenta repressione nei loro confronti, hanno scelto di non presenziare fin quando non saranno “liberi”, proprio come il motto riportato sui propri drappi e presente su stencil azzurri nei pressi dello stadio: “Liberi di tifare“. Nel settore ospiti, invece, hanno preso posto circa 70 tifosi veneziani, alcuni dei quali del gruppo Veterani VeneziaMestre, l’unica sigla che ha scelto d’esserci, in disaccordo con gli altri gruppi arancioneroverdi (Brigate Lagunari, Banda Spericolata ed il direttivo Curva Sud VeneziaMestre) che invece hanno deciso di non entrare negli stadi finchè non sarà ristabilita una situazione di normalità. Nel weekend, presenti con bandiere e striscioni – tra gli altri – anche gli interisti (durante Inter-Genoa), i friulani (nella sfida della Dacia Arena contro la Juventus), i frusinati (in serie B, nel match d’esordio della cadetteria, Frosinone-Parma), i tarantini, i foggiani e gli anconetani, impegnati in coppa Italia di serie C, rispettivamente contro Francavilla, Paganese e Montevarchi. A Bologna, dove era di scena la Salernitana di Fabrizio Castori per l’esordio stagionale in massima serie, non c’erano i gruppi della Curva Sud Siberiano (che avevano incitato alla vigilia la squadra, prima della partenza in treno per l’Emilia) ma c’erano tantissimi supporters di fede granata sia nella Curva ospiti, sia nei settori locali dello stadio Dall’Ara.

QUALE FUTURO?
Non si sa come evolverà la situazione, tanto per l’andamento dei contagi in Italia (che potrebbe mutare ulteriormente anche la capienza negli stadi, che varierà parallelamente all’eventuale “cambio di colore” della regione interessata) quanto per le scelte che gli ultras prenderanno. Non sono da escludere, infatti, clamorosi ribaltoni e/o dietrofront di alcune sigle del tifo organizzato, soprattutto alla luce d’un protocollo che sembra essere, specialmente in alcuni stadi, soltanto teorico.

(e.c.)

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