di DARIO CIOFFI

La parola d’ordine è costruire. E a buttar l’occhio su un numero, quello dei calciatori della Salernitana convocati dalle rispettive Nazionali, s’intuisce che i lavori sono decisamente in corso. Sì, ché 12 granata in giro per il mondo è dato sontuoso, significativo, emblematico. Dà chiaramente l’idea della dimensione internazionale (già) raggiunta da un club che guarda al futuro sentendosi protagonista nel presente. E se poi ci aggiungi che in questa spedizione poteva esserci pure un 13° uomo, con la maglia più ambita, quella azzurra dell’Italia “dei grandi”, già meritata e conquistata mesi fa da Pasquale Mazzocchi per il quale evidentemente la telefonata del CT Roberto Mancini è soltanto rinviata, ecco che il quadro si delinea nella sua completezza. “Pako”, come ormai lo chiamano tutti all’ombra del Castello d’Arechi, è stato il primo con l’ippocampo cucito sul petto, in 104 anni – tra un po’ – di storia della Bersagliera, a giocare in Nazionale maggiore. Un privilegio. Un orgoglio condiviso. E pure un segnale fortemente iconico della strada fatta dalla Salernitana in un anno e pochi mesi di gestione di Danilo Iervolino, che punta un domani neppure troppo lontano a fare di quest’escalation una consolidata realtà.

Costruire, dunque. Nel weekend in cui la serie A morde il freno, l’universo granata può focalizzarsi su quanto fatto, e quanto (sicuramente tanto) ancora c’è da fare. L’immediato ha un obiettivo ch’è in un nome senza cognome: si chiama salvezza, che per il cavalluccio marino significherebbe (ri)aggiornare una storia già scritta una primavera fa, la terza volta di fila, dopo che non c’era mai stata neppure la seconda consecutiva, nel massimo campionato italiano. Una consacrazione. Il traguardo non è lontanissimo né va ritenuto già in tasca (sarebbe peccato imperdonabile). Di certo il margine d’8 punti di vantaggio sulla “zona rossa” autorizza a pensare che la squadra ereditata, e rianimata, da Paulo Sousa sia ben messa lungo la strada, se non in discesa almeno in un falsopiano rettilineo, che conduce allo striscione d’arrivo. Se l’è vista bruttina, la Salernitana dell’ultima fase con Davide Nicola. È lecito pensare, e il prosieguo della stagione dirà se è tutto vero, che la società “l’abbia presa in tempo”, la crisi, prima che la situazione diventasse irreversibile. Ora l’ippocampo s’è ritrovato, passettino-passettino, con un’apprezzabile continuità di risultati ma soprattutto per lo spirito e il gioco attraverso il quale muove una classifica che dopo uno sciagurato lunedì di Verona faceva paura davvero.

Costruire presuppone salvarsi e ripartire da quel che di buono c’è, naturalmente. E però anche tanto altro. Per esempio dare forza ai due grandi progetti sui quali il club attuale dovrà puntare per marcare davvero la differenza rispetto a quanto (non) fatto dalle gestioni del passato. Le strutture e il settore giovanile sono i temi fondamentali per fare della Salernitana una certezza del calcio italiano al di là del rendimento, che si spera sia sempre in crescendo, raccontato dal campo. Servono “i campi”, quelli che la società granata non ha mai avuto. Ché solo “con quei campi”, “in quei campi”, è possibile far sbocciare e crescere un vivaio vero, diverso da quello che produce pochissimo da ormai più d’un ventennio, perché a memoria tocca tornare – anche lì nonostante l’emergenza impiantistica che risale alla notte dei tempi – all’era Aliberti per ricordare una Primavera competitiva, capace d’arrivare persino in semifinale scudetto e tra le “top 8” del Torneo di Viareggio, ma che soprattutto seppe valorizzare e lanciare calciatori ch’erano “patrimonio” per il club poi fallito. Centro sportivo e progetto giovani sono le sfide determinanti del prossimo futuro, cui s’aggiungerebbe quella già impostata d’uno stadio che reclama un restyling che vada oltre (sempre grati alle Universiadi 2019) i sediolini che prima non c’erano, sfruttando quel circolo virtuoso che la Salernitana rappresenta se è vero, e lo è, che qui – parole d’un vecchio saggio invincibile al Tressette – “basta che metti un cavalluccio marino sulla tovaglia e se la comprano tutti, perché nessuno vuole che casa sua resti senza”.

Costruire, bello e mica semplice. Va da sé. Anche per un presidente ambizioso, che fin qui non ha affatto “risparmiato sforzi”, c’è il problema della burocrazia, del confine pubblico-privato, dell’eredità del passato. Insomma, un bel po’ d’ostacoli da affrontare e superare. E però le risorse non mancano, volontà e professionalità neppure. Tocca giocarsela. Proprio come, ricominciando dallo scontro diretto della ripresa a La Spezia, dovrà fare la squadra sul campo. Per arrivare a dama su entrambi i fronti. Salvarsi, ovviamente. E costruire. Se la seconda non conta più della prima, diciamo che… Siamo pari.

(foto US Salernitana 1919)

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